Metti, guarda, tendi
Metti qui il tuo dito Guarda le mie
mani Tendi la tua mani Mettila nel mio fianco.
È perentorio il Risorto, con Tommaso.
Non discute. Sorride, mentre parla. È venuto apposta per
lui, otto giorni dopo la sua resurrezione.
Non era presente, Tommaso, in quella sera piena di
meraviglia. Non era con gli altri quando il loro Maestro era apparso dal nulla,
mentre ancora, stupiti, commentavano il racconto dei due di Emmaus.
Ma non si era lasciato
prendere dall’entusiasmo, Tommaso, una volta tornato nella stanza al piano
superiore.
Non aveva creduto alle loro parole, non al Risorto. Poco
credibili, tutti. Andrea, Pietro, Filippo, tutti era fuggiti. E anche lui,
Tommaso, era stato travolto dalla paura. E ora erano lì a dirgli, lo sguardo
trasfigurato, che Gesù era venuto a trovarli, vivo.
Sì, certo, come no. Non ha creduto ai suoi compagni. Troppo
incoerenti, troppo deboli, troppo fragili.
Come noi, poco credibili. Assolutamente poco credibili. I
peggiori testimoni del risorto che si possano immaginare. Noi. Noi Chiesa
claudicante troppe volte muro e non vetro, troppe volte ostacolo e non epifania,
così pesantemente ancorata al limite, alla paura, al calcolo, alla finzione.
Non crede ai suoi amici
perché, onestamente, non sono credibili.
Ma resta. Non fugge.
Non fa il superiore, Tommaso.
E fa bene. Apposta per lui viene il Signore.
Non lo rimprovera, non discute, non argomenta.
Mostra le sue ferite e invita Tommaso a fare esperienza, a
fare memoria, a guardare la concretezza, lo spessore, la ruvidezza della
fede. Lo invita a tornare ai piedi di quella croce che ha denudato Dio. che ne
ha svelato la potente forza d’a- more. Totale, assoluta, ostesa, donata,
pacificata.
Deve immergersi in quella
passione, non fuggirla. Deve andare oltre i segni dei chiodi
e la ferite del costato, deve andare dentro, oltre, a fondo. Per coglierne la
portata assoluta e devastante. Per attraversare il dolore, per superarlo.
Come
se Gesù dicesse: Tommaso, so che hai molto sofferto. Anch’io, guarda. Guarda,
Tommaso. Guarda quanto sei amato. Guarda come quel dolore sia già superato,
abbandonato, fiorito, risorto.
Tommaso
sperimenta il più tortuoso dei percorsi: passare dal dolore alla fede. Anche le
ferite, a volte, sono segno per manifestare il risorto.
Perché condivise dal Maestro.
Mio Signore e mio Dio. Crede, ora, Tommaso.
Lui che, superficialmente, definiamo incredulo, è il primo,
davanti all’uomo Gesù, a riconoscerlo Signore e Dio. L’incredulo diventa il più
grande fra i credenti, il primo ad usare quel termine assoluto, Dio, riferito
a Gesù. Sì, Gesù è Dio. Ma non è solo il Signore e Dio. È mio Signore e mio
Dio.
Ora, per Tommaso,
la fede diventa un’esperienza personale, unica, assoluta.
È sua.
Ora è dentro il mondo divino. Ora non sta più alla porta.Il
risorto non è più qualcuno che gli sta accanto, ma di fronte, come Maria di
Migdal che dice al giardiniere hanno portato via il mio Signore.
Perché risorto, fuori dal tempo, fuori dallo spazio, puoi
essere di tutti e di ciascuno.
Beati coloro Che crederanno
senza avere visto.
Beati voi, beati noi che siamo qui a meditare queste parole,
a lasciarci invadere dalla compassione e della misericordia. Beati noi che
raggiungiamo quelle ferite redente, che proclamiamo Signore e Dio Gesù il
Nazareno, risorto per sempre.
Beati noi che crediamo
senza avere visto.
È l’unica beatitudine in
cui mi riconosco pienamente.
Le altre, lo ammetto, mi lasciano sempre un po’ a disagio
perché in esse specchio quella santità che non riesco a far fiorire veramente
nella mia vita.
Ma questa sì. Questa è la
mia beatitudine.
Io credo anche se non ho visto quelle ferite. Anche se non
ho toccato. Anche se non ho, trepidante, sfiorato quelle piaghe trasformate.
Anche se non ho guardato lo sguardo ricolmo di luce del risorto.
Credo perché ho visto quanto quelle ferite abbiano cambiato
le vite di milioni di persone.
Credo perché l’aroma del risorto è arrivato fino a me,
oggi, ancora.
Credo perché oggi tutta la mia anima vibra e so bene
quale diga si è spalancata nel cuore di Tommaso. Didimo, mio gemello. Sì, beato
me.