Il sinodo minore «Chiesa delle Genti», annunciato dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini «nasce da un’urgenza o piuttosto dall’opportunità di affrontare in modo più approfondito» il tema della «pluriculturalità» da cui è caratterizzata la Diocesi di Milano,. «Non è un sinodo sui migranti ma una lettura a partire dalla domanda ‘dove Dio sta conducendo la nostra Chiesa?’, tenendo conto della composizione multietnica delle nostre comunità e di come debba cambiare la vita di Milano affinché tutti si sentano partecipi». In particolare, il sinodo minore - che durerà fino a novembre 2018 - aggiornerà il 47esimo sinodo «Pastorale degli esteri», risalente a 22 anni fa. L’aggiornamento avverrà al termine di un periodo di ascolto capillare nelle parrocchie, nei consigli pastorali, ma anche all’interno di scuole, istituzioni, ospedali e mondo del volontariato.
Tutti gli approfondimenti ed i materiali sono nell'apposita sezione del sito della Diocesi di Milano.
Di seguito il testo integrale del documento preparatorio
CHIESA
DALLE GENTI RESPONSABILITÀ E
PROSPETTIVE
Linee
diocesane per la pastorale
Documento
preparatorio
Introduzione
UNA
CHIESA CHE
NASCE DALLE GENTI
Noi siamo il popolo di Dio, lieto della sua
voca- zione, consapevole della dignità di ogni uomo e di ogni donna:
tutti figli per grazia!
Sappiamo di essere convocati da ogni parte
della terra per essere l’unica santa Chiesa di Dio, umil- mente
fieri del nostro patrimonio inestimabile: siamo la Chiesa dei santi
Ambrogio e Carlo, la Chiesa ambrosiana!
Viviamo
nel tempo come pellegrini: non abbiamo
qui
una città stabile, ma andiamo in cerca di quella
futura.
Preghiamo ogni giorno: «venga
il tuo regno».
Accogliamo
l’invito di uno dei sette angeli dell’a-
pocalisse:
vieni,
ti mostrerò la promessa sposa, la sposa
dell’Agnello
(Ap
21,9)
e impariamo a sollevare lo
sguardo
per contemplare la città santa, la Gerusa-
lemme che scende dal cielo!
Condotti da queste parole, attratti da queste
visioni, fiduciosi nelle promesse del Signore, custo- dendo il tesoro
inestimabile della speranza, viviamo con lieta e operosa
disponibilità l’obbedienza della fede: chiediamo allo Spirito di
illuminare i nostri
passi, perché senza di lui non possiamo fare
niente, neppure sapere dove andare.
Il Sinodo,
che vogliamo
celebrare in questa
forma
minore, non è un insieme
di riunioni
per
concludere
con un documento
che accontenti
un
po’ tutti.
È invece
un modo
di vivere il nostro pel-
legrinaggio
con la responsabilità
di prendere la
direzione
suggerita dallo Spirito di Dio
perché la
nostra
comunità cristiana possa convertirsi per
essere la «tenda
di Dio con gli uomini,
la sposa
adorna
per il suo
sposo».
La docilità allo Spirito è disponibilità
alla con- versione: la conformazione al Signore Gesù e alla volontà
del Padre non dà mai ragione a nessuno, non è mai conferma
rassicurante. È sempre invito, chiamata, attrattiva e spinta per un
oltre inesplo- rato. Tutti
siamo in cammino, tutti dobbiamo
con- vertirci, anche se queste parole e queste urgenze ci possono
mettere di malumore invece che contagiare di entusiasmo. Lo Spirito
consolatore abita in tutti, perché non ci lasciamo cadere le
braccia: non siamo una casa di accoglienza ben organizzata che
concede generosa ospitalità ai
passanti, siamo un popolo in cammino, una casa in costruzione,
una fraterna convivenza che vive un tempo di transizione che riguarda
tutti e tutto. La secolarizzazione e l’emar- ginazione del pensiero
di Dio e della vita eterna, la situazione demografica, l’evoluzione
della tecnolo- gia, la problematica occupazionale, la liquidità dei
rapporti affettivi, l’interazione tra culture, etnie,
tra-
dizioni religiose e tanti altri aspetti
contribuiscono a rendere complessa la domanda: come deve essere la
nostra Chiesa per essere fedele alla volontà del suo Signore?
Verso le
genti
che
abitano
nelle
nostre
terre
i
disce-
poli del Signore continuano ad essere
in
debito:
devono annunciare il Vangelo!
Devono
mettersi
a servizio dell’edificazione della
comunità
che
sia
attraente come la città posta sulla
cima
della
monta-
gna. Tutti
i discepoli del Signore hanno il
compito
di
essere pietre vive di questo edificio
spirituale,
tutti!
Se
parlano
altre
lingue
in
modo
più
sciolto
dell’i-
taliano,
se
celebrano
feste
e
tradizioni
più
consuete
in
altri
Paesi
che
nelle
nostre
terre,
se
amano
liturgie
più
animate
e
festose
di
quelle
abituali
nelle
nostre
chiese,
non
per
questo
possono
sottrarsi
alla
respon-
sabilità
di
offrire
il
loro
contributo
per
dare
volto
alla Chiesa che nasce dalle genti per la
potenza
dello
Spirito Santo.
Ci proponiamo di vivere questo cammino con l’e-
spressione “sinodo”, consapevoli che lo Spirito
parla con la voce di tutti e che
il convergere nella comu- nione ecclesiale è il desiderio del
medesimo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno per
l’utilità comune. Il “metodo sinodale” vorrebbe essere uno
stile abituale per ogni momento di Chiesa, sfidando la tendenza
all’inerzia, l’inclinazione allo scettici- smo, la comoda scelta
della passività di alcuni, la tentazione dell’autoritarismo di
altri.
Noi, continuando la storia scritta dai nostri
padri, vogliamo affermare con la loro stessa fierezza: siamo pronti a
confrontarci con le sfide del nostro tempo! Siamo persuasi che
possiamo sperimentare la forza dello stare insieme, del camminare
insieme, nella docilità all’intenzione di Dio che si è compiuta
nella Pasqua di Gesù. Quando
sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv
12,32). Ci proponiamo di
impa- rare a riconoscere dentro
la storia le tracce di
questo amore che ci attrae in un
modo inatteso e univer- sale, riunificandoci in un popolo, donandoci
pace.
Abbiamo desiderio di imparare ad ascoltare, ad
ascoltarci, per discernere, per riuscire a percepire quanto sia reale
e feconda la presenza dentro la storia del Dio di Gesù Cristo,
superando lo smar- rimento provocato dalle troppe parole, dagli sti-
moli disordinati, dai messaggi che saturano i nostri ambienti e ci
stordiscono nella confusione.
Intraprendiamo questo cammino con la persua-
sione che noi per primi, le nostre istituzioni e le nostre strutture,
tutto quello che facciamo, tutto quello che siamo deve essere
purificato dalla visione di Chiesa che l’angelo ci ispira. È a
questa visione che ci vogliamo ispirare, perché si rinnovino la gio-
vinezza e la freschezza, la bellezza e l’attrattiva di questa
Chiesa dalle genti.
Tutti i battezzati nella Chiesa cattolica, ma
anche i battezzati in altre Chiese e comunità cristiane, tutti sono
chiamati a partecipare alla consultazione sino-
dale con spirito di fede. Per il discernimento
eccle- siale tutti gli uomini e le donne di buona volontà hanno il
loro contributo da offrire secondo le moda- lità che sono state
indicate e secondo le modalità che con il tempo si riveleranno
opportune e prati- cabili perché il Vescovo
possa esercitare il suo com- pito
con sapienza e prudenza, con lungimiranza e coraggio, con umiltà e
rispetto.
Oggetto
dell’esercizio
di ascolto
e discernimento
sinodale sarà, come annunciato nel
Decreto
di indi-
zione, la riscrittura
del capitolo
14 del Sinodo
Dio- cesano 47° (“Pastorale
degli esteri”). Sono convinto che
questo
lavoro
di revisione
delle
modalità con cui
la nostra
Chiesa si configura,
riconoscendo di essere
Chiesa
dalle genti, arricchita dalla presenza
di tutti
i cattolici,
sarà un esercizio
per maturare
nella
fede, nell’amore
fraterno,
nella carità, nella
testimonianza.
Abbiamo le nostre paure e le nostre esitazioni.
Le prospettive sono vaghe e incerte, le forze disponibili sembrano
talora stanche, le questioni sono eviden- temente complicate, le
procedure possono logorare l’entusiasmo.
Il documento preparatorio che sarà consegnato
ai membri dei consigli diocesani sarà la guida per
met- tere a fuoco le questioni,
per comprendere la posta in gioco, per concentrarsi sull’essenziale,
per con- cludere alle poche decisioni corrette e prospettiche, che
farò mie perché la Chiesa di Milano sia Chiesa dalle
genti.
Il lavoro non sarà facile. Ma noi siamo certi
che la potenza dello Spirito si rivelerà presenza amica, abbiamo
fiducia che i nostri santi Vescovi
e
con- fessori della fede
intercedano nella comunione dei santi,
siamo
autorizzati
dalla
nostra
storia
ad
affron- tare con fierezza e
scioltezza le sfide del presente e del futuro. E, soprattutto, noi ci
proponiamo di pre- gare e di pensare, di pregare e di parlare con
fran- chezza, di pregare e di decidere, di pregare e di scri- vere,
di pregare e di
sperare!
†
Mario Delpini
Arcivescovo
di
Milano
Milano, Basilica di Sant’Ambrogio domenica 14
gennaio
2018
PREMESSA
Le
ragioni del Sinodo minore
«Avendo
individuato nel cap. 14 del
Sinodo diocesano
47°,
Pastorale
degli
Esteri,
il
tema
che
mag- giormente abbisogna di
essere rivisitato e avendo sentito il parere del Consiglio
presbiterale (sessione del 31 ottobre 2017) e del Consiglio pastorale
dioce- sano
(sessione
25-26
novembre
2017),
con
il
presente atto indico il Sinodo
minore sul tema “Chiesa
dalle genti, responsabilità e prospettive. Linee diocesane per la
pastorale”». Le parole del nostro Arcivescovo fissano bene le
ragioni e i confini del Sinodo minore che apre con questo documento
preparatorio la sua fase consultiva, di ascolto e di
coinvolgimento.
C’è bisogno di un cammino sinodale per
abitare in modo maggiormente consapevole come Chiesa l’attuale
momento storico, che vede Milano – desi- gnando con questo nome non
soltanto la città rigo- rosamente intesa ma la sua periferia molto
estesa, che sovente indichiamo con il termine “terre
ambro- siane” – interessata
da cambiamenti evidenti e di grandi dimensioni. Cambiamenti così
imponenti
da
richiedere l’aggiornamento dei nostri stili
pastorali alla luce del Vangelo.
Dentro
una tradizione che ci sostiene e ci accompagna
Questi cambiamenti non si sono prodotti dal
nulla. Rappresentano il risultato di una crescita e di uno sviluppo
che Milano ha conosciuto dal dopo- guerra a oggi. Crescita di
abitanti, sviluppo occu- pazionale, mutamento di cultura e di
costumi. La Chiesa ambrosiana è sempre stata dentro il cambia-
mento, leggendolo, assumendolo, criticandolo, cor- reggendolo. I
cardinali Montini, Colombo, Martini, Tettamanzi, Scola hanno
investito energie per man- tenere la fede cristiana incarnata dentro
un conte- sto urbano in profonda trasformazione. Attraverso il loro
magistero, come pure grazie all’azione di tanti cristiani, hanno
ascoltato le domande e saputo rispondere alle tante richieste di
aiuto, al desiderio di una vita buona e felice per tutti, cominciando
dai più poveri ed
emarginati.
Il presente Sinodo minore si vuole collocare
den- tro questa tradizione. Ci mettiamo in cammino sinodale per
restare fedeli a questo volto di Chiesa, a una Chiesa che si vuole
prossima e vicina a chi bussa
in
cerca
di
aiuto,
a
chi
si
sente
solo,
a
chi
fatica a decifrare il senso di
mutamenti così imponenti. Ci mettiamo in cammino sinodale per
scorgere dentro questi cambiamenti i segni dello Spirito che ci guida
dentro la storia. Ci mettiamo in cammino sinodale per offrire a tutti
il frutto del nostro comprendere e del
nostro
credere,
convinti
che
una
fede
cristiana
premessa
più matura e incarnata darà futuro non
soltanto alle nostre istituzioni e strutture pastorali ma contribui-
rà allo sviluppo e alla crescita di Milano, delle tante persone che
la abitano, delle istituzioni che contri- buiscono alla sua crescita
e al suo governo.
Scopo
e struttura del presente sussidio
Come indicato dal decreto di indizione, oggetto
materiale del Sinodo minore è la riscrittura del
capi- tolo 14 del Sinodo 47°. Il
presente documento pre- paratorio prende le mosse da quel testo,
fornendo riletture, domande e approfondimenti, che con- sentiranno,
con il contributo di tutti, di
giungere alla stesura del nuovo
testo. Il lavoro che si avvia intende essere anzitutto un impegno di
riflessione teologica e spirituale, e per questo motivo pasto- rale:
non miriamo a un adeguamento dei servizi e delle strutture come prima
istanza, ma a una matu- razione della nostra esperienza di fede e di
Chiesa. Invitiamo tutti coloro che lo desiderano a unirsi a noi in
questo cammino di ascolto reciproco e di
con- fronto, convinti che già la
pratica del metodo sino- dale costituirà un primo guadagno e un
motivo di crescita per
tutti.
Il percorso che il presente documento
propone è strutturato in quattro capitoli. Apriremo con un primo
momento contemplativo, di comprensione delle ragioni teologiche che
ci spingono a intrapren- dere questo Sinodo minore. La visione della
Chiesa dalle genti, radunata dallo Spirito come popolo di Dio
che
attraversa
la
storia
facendo
memoria
della
salvezza donataci da Gesù Cristo sarà lo
sfondo a partire dal quale leggere i due capitoli seguenti: il
secondo, dedicato all’analisi del contesto di cambia- mento in cui
viviamo, e il terzo, concentrato sulla individuazione dei tratti del
volto di Chiesa che si va costruendo. Un quarto capitolo infine ci
aiuterà a comprendere i passi da compiere per rendere il più
possibile capillare e partecipato il cammino
sinodale che stiamo avviando. In
conclusione riprenderemo le consegne che gli ultimi due Papi ci hanno
dato, in occasione delle loro visite pastorali a Milano: con- tengono
indicazioni che possono orientare in modo determinante il nostro
cammino
sinodale.
Capitolo
primo
«ATTIRERÒ
TUTTI A ME»
(Gv
12,32)
Uno
sguardo contemplativo
Il nostro arcivescovo Mario, nella lettera alla
dio- cesi per l’anno pastorale 2017-2018, intitolata Vieni,
ti
mostrerò la sposa dell’Agnello,
invita innanzitutto ad «alzare lo sguardo», a un esercizio di
contempla- zione dell’opera di Dio. Siamo così posti di fronte
alla «Gerusalemme nuova, [...] come una sposa adorna per il suo
sposo» (Ap
21,2). Solo se guar- diamo a
quello che Dio ha fatto per noi tutti pos- siamo avere occhi di fede
per leggere quello che sta accadendo nel mondo: cambiamenti
inediti e travaglio epocale. Per capire quali siano i passi da
compiere,
quale
«conversione
pastorale»
(EG
25-33) attuare nelle
nostre comunità, come ci invita insi- stentemente a fare papa
Francesco, possiamo guar- dare a quello che Dio ha compiuto, al suo
presta- bilito disegno di benevolenza (cfr.
Ef
1,9-10) che ha realizzato
pienamente in Gesù, crocifisso, risorto e datore dello Spirito,
«senza misura» (Gv
3,34).
Attratti
dal Crocifisso risorto
La
nostra
tradizione
ambrosiana
ci
spinge
innanzi- tutto a guardare
alla croce
di Cristo; quella croce
che
san Carlo Borromeo ha a lungo meditato e posto
al centro della sua vita spirituale e azione pastorale: la croce con
il “sacro chiodo”, che anche noi in questi anni abbiamo venerato
e portato lungo le strade dei nostri quartieri, e dietro alla quale
il nostro popolo ha camminato, riponendo in essa la speranza.
Che cosa ci rivela la croce
riguardo alla Chiesa, ai popoli e
al mondo intero?
«Quando sarò innalzato da
terra, attirerò
tutti a me» (Gv
12,32). Gesù pro-
nuncia queste parole,
entrato in Gerusalemme,
dopo che la folla venuta per la
festa gli era corsa incon- tro
con acclamazioni di giubilo.
Alcuni greci,
segno dell’incipiente
attenzione
dei
gentili
verso
il
Signore,
avevano espresso
il desiderio di vedere
Gesù (cfr.
Gv
12,12-32). Di fronte
a questi segni e nell’imminenza
della sua passione, il Signore
con l’espressione
«atti- rerò
tutti a me» indica
l’interpretazione
originaria che lui stesso dà
alla sua morte. Egli ha dato la sua
vita
per
noi,
per
le
moltitudini,
per
tutti.
Ogni
fratello e ogni sorella
che incontriamo, a qualsiasi
nazione, cultura
e
civiltà
appartengano,
sono
un
fratello
e
una
sorella
per cui egli ha dato la
vita.
La Chiesa vive di questo mistero
d’amore e lo cele- bra con
gratitudine; ogni celebrazione eucaristica,
in particolare
quella domenicale – memoriale
della passione del Signore
– realizza
in forma concreta
e plastica questo immenso dono,
espresso
bene nella III preghiera
eucaristica, dove ci si rivolge
al Padre
perché «continui a radunare
intorno a te un popolo, che da un
confine all’altro
della terra offra
al tuo
nome il sacrificio
perfetto».
Dalla
Pentecoste la Chiesa dalle genti
Noi possiamo
celebrare
questo
mistero
perché Gesù
stesso ci ha resi
partecipi
della sua Pasqua.
Il sacrificio di Cristo
ha reso
possibile
l’effusione
del
Paraclito. A Gerusalemme,
nel giorno
di
Pentecoste,
«tutti
furono
colmati
di Spirito
Santo e cominciarono
a parlare
in altre
lingue,
nel modo
in cui lo Spirito
dava loro
il potere
di esprimersi»
(At
2,4).
Per que-
sto i presenti,
appartenenti
a nazioni
diverse, senti- vano gli apostoli
«parlare
nella
propria
lingua»
(At
2,6).
Nella Pentecoste, al contrario
di quanto
le Scrit-
ture
ci narrano
circa
Babele
(cfr.
Gen
11,1-9),
si rea-
lizza una comunione
nuova tra i popoli
diversi, che per
essere
riuniti
non
hanno
bisogno
di
abolire
le
loro
differenze.
Il cambiamento profondo in atto nelle nostre
terre ambrosiane, riguardo alla presenza crescente di fedeli
appartenenti a nazioni diverse, ci chiede di approfondire il
carattere universale, cattolico, della Chiesa. Questo ci fa
sperimentare oggi più intensa- mente che in ogni Chiesa particolare
«è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa,
Cattolica e Apostolica» (CD
11). La Chiesa partico- lare
è chiamata a vivere come sua dimensione costi- tutiva
l’universalità.
Pertanto, è necessario sviluppare nuovi
esercizi di contemplazione, per imparare meglio la dimen- sione
inclusiva della fede che deve caratterizzare sempre di più le nostre
comunità cristiane, di fronte al fenomeno epocale, ma non totalmente
nuovo, delle migrazioni. In ciò sta un tratto decisivo di
una
Chiesa «in stato permanente di missione» (EG
25). Si tratta di una vera e
propria «conversione pasto- rale».
Il
disegno del Padre si dispiega nel tempo
Lo sguardo contemplativo sul mistero pasquale
ci porta a considerare in esso la realizzazione com- piuta del
disegno del Padre, il quale ha creato
il mondo in vista di questa
pienezza di comunione. Il peccato dell’uomo non ha fermato il
disegno. Dio stesso, fedele al suo amore, nella croce del Figlio
prenderà
su
di
sé
il
nostro
male,
per
riconciliarci
con lui e rendere accessibile a
tutti la libertà dei figli di Dio.
In vista di questo compimento Dio stesso aveva
scelto Abramo perché da lui avesse origine una discendenza numerosa
«come le stelle del cielo e come la sabbia
che è sul lido del mare» (Gen
22,17; Eb
11,12); una vocazione
universale, come mostra anche l’ospitalità offerta ai tre
stranieri presso
le querce di Mamre (cfr.
Gen
18,1-15). Dio si era for-
mato un popolo eletto, Israele, perché dentro la sto- ria degli
uomini fungesse da punto di attrazione e raccolta degli altri popoli,
per realizzare dentro la storia il disegno originario di comunione,
che la cre- azione stessa esprime. Questo è il popolo che, attra-
verso l’esodo, passa dalla schiavitù alla libertà, e con cui Dio
stabilisce la prima Alleanza; è il popolo che sperimenta
l’umiliazione e la dispersione dell’e- silio; che riceve le
promesse; è il popolo in cui Dio suscita profeti, i quali
preannunziano il
carattere
universale
dell’azione
di
Dio
nella
storia:
«Io
verrò a radunare tutte le genti
e tutte le lingue; essi ver- ranno
e
vedranno
la
mia
gloria»
(Is
66,18;
cfr.
anche Is
60).
Proprio
questo
è
ciò
che
Dio
ha
realizzato
nel suo Figlio Gesù: il popolo
della nuova ed eterna alleanza.
E poiché questo disegno divino guida tutta la
sto- ria dell’umanità, poiché tutto è stato fatto per
mezzo di Gesù Cristo e in vista
di lui (cfr.
Col
1,15-19), esso riguarda ogni
persona umana, anche quelle appar- tenenti ad altre confessioni
cristiane e fedeli di altre religioni, che sempre più frequentemente
incon- triamo oggi sul nostro territorio. La consapevo- lezza dei
misteri della nostra fede ci apre al dialogo ecumenico e
interreligioso, nella ricerca del bene comune e della solidarietà,
sottolineando quanto già ci unisce e favorendo forme costruttive di
con- divisione. Siamo convinti infatti che l’incontro con l’altro
è un bene per noi, per la nostra fede, per la vita delle nostre
comunità, che si vedono continua- mente stimolate nella maturazione
di una identità cristiana che sappia leggere il presente alla luce
di questo disegno
salvifico.
A
immagine della santissima Trinità
Il mistero pasquale è anche rivelazione del
volto primo e ultimo di Dio. Attraverso la storia della sal- vezza
Dio si fa conoscere come Trinità – comunione d’amore. Tutti gli
uomini sono stati creati a imma- gine e somiglianza della Trinità,
in cui la perfetta unità si mostra come relazione d’amore nella
diffe-
renza.
«Dio
è
amore»
(1Gv
4,8)
nel
dono
che
il
Padre da sempre fa della vita
divina al Figlio, nell’eterna gratitudine del Figlio per il suo
essere eternamente generato
dal
Padre
e
nella
reciprocità
del
loro
amore da cui procede lo Spirito
Santo (si possono leggere al riguardo i discorsi di Gesù in Gv
14-17). La san- tissima
Trinità
dunque rivela che l’amore vive
della differenza e dell’alterità. Questo mistero illumina
definitivamente il disegno prestabilito del Padre, di renderci
partecipi della vita divina, come figlie e figli nell’unico
Figlio (cfr.
Ef
1,5). La trama dell’a- more
di Dio Trinità
dentro la storia riunisce, dun-
que, dai confini, senza uniformare od omologare le differenze,
facendole cogliere come ricchezza
e vibrare come
sinfonia.
La
Chiesa dalle genti animata dallo Spirito Santo
Osservando con occhi di fede quanto sta acca-
dendo nel mondo, attraverso i grandi processi migratori, ci è data
una possibilità nuova per appro- fondire la nostra vita cristiana.
La Chiesa infatti è chiamata anche in questo tempo a testimoniare la
salvezza realizzata da Cristo, contrastando con decisione i segni
della morte e del peccato, ovvero la divisione e la
dispersione.
Lo Spirito Santo continua a guidare la Chiesa
con diversi doni, carismi e ministeri. In particolare i sacramenti
dell’Iniziazione Cristiana sono espres- sivi di questo carattere
inclusivo della salvezza. Il Battesimo realizza l’inclusione
nell’unico corpo di Cristo; la Confermazione esprime l’unzione
dello
Spirito; i fedeli partecipano alla mensa della
Parola e dell’Eucaristia, per essere sempre di più Chiesa, germe e
inizio del regno di Dio (cfr.
LG
5). Inoltre, questa Chiesa
dalle genti è popolo profetico, dotato di quel senso soprannaturale
della fede (sensus
fidei) che «non si sbaglia
nel credere» e che rende capaci di esprimere questa fede affrontando
situazioni ine- dite e trovando modi nuovi per testimoniare la ric-
chezza inesauribile del Vangelo.
Altrettanto decisivi per
affrontare il cambiamento sono i carismi che lo Spirito Santo
distribuisce nel popolo e che rende i fedeli «adatti e pronti ad
assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla
maggiore espan- sione della Chiesa» (LG
12).
Per
un cammino sinodale
Animati
dai diversi
doni dello Spirito, sotto la
guida
del nostro
Arcivescovo, accogliamo
dunque il cam-
biamento in atto
come un kairos,
tempo
favorevole
di conversione,
per ripensare
concretamente il volto
della nostra Chiesa ambrosiana,
chiamata
a incarnare
e a mostrare
in modo
più profondo
il suo essere
cat-
tolica, universale. La nostra
Chiesa vuole celebrare
questo
sinodo come momento di
rivitalizzazione
di uno sguardo
contemplativo,
che è chiamato
a fare
da regia
a tutto
il nostro
cammino.
È un’occasione
provvidenziale
per riappropriarci
del nostro
essere e ripensare
la nostra
prassi pastorale, sotto lo guida
dello Spirito di comunione
che unisce
in unità
popoli diversi per lingua,
costumi e provenienza,
diven-
tando così più incisiva
nella società
plurale.
Per
una meditazione contemplativa
Un primo modo con cui possiamo partecipare al
cammino sinodale è dunque quello di fare oggetto di meditazione
contemplativa,
personale e comu- nitaria, il
progetto che il Padre ha realizzato con le sue “due mani”, come
ricorda sant’Ireneo di Lione: il
Figlio
e
lo
Spirito.
Meditiamo
il
mistero
della
croce che attrae tutti a sé,
nessuno escluso; consideriamo il mistero di Gesù risorto e datore
dello Spirito che chiama tutti i popoli a formare una sola famiglia.
Riflettiamo sul fatto che i fedeli migranti sono in cospicua parte
anzitutto dei battezzati, membra dello stesso corpo di Cristo,
portatori di doni pro- pri. Consideriamo il compito imprescindibile
della Chiesa, in particolare della nostra Chiesa ambro- siana
chiamata a ripensare profeticamente le pro- prie forme di presenza
sul territorio per essere per tutti segno di unità e di inclusione
intorno alla fede e alla preghiera. Interroghiamoci su come le nostre
forme di solidarietà e di carità siano effettivamente segno
espressivo di una Chiesa dalle
genti.
Capitolo
secondo
TEMPO
DI METICCIATO PER LE TERRE AMBROSIANE
Scegliere
di vedere
La
prospettiva
universale
del
disegno
di
raccolta
delle
genti
da
parte
del
Padre
attraverso
lo
Spirito
nel
suo
Figlio
Gesù
Cristo
è
un
punto
di
vista
inso-
stituibile per guardare
ai cambiamenti
che
stanno
interessando
le terre
ambrosiane. I
mutamenti
che
stanno
trasformando
la
nostra
vita
quotidiana
non
possono
infatti
essere
riassunti
soltanto
nella
venuta
di nuove popolazioni. Anche
l’inverno
demogra-
fico che domina le nostre
terre ormai da
decenni
è
un mutamento da osservare;
come
pure
la
trasfor-
mazione della famiglia, che porta con sé
un
numero
sempre
crescente
di
persone
che
vivono
sole.
Il
domi-
nio
della
scienza
e
della
tecnica
sulle
nostre
vite
sta
cambiando
di
molto
il
nostro
modo
di
leggere
e
di
pensare
all’esistenza, al suo
significato,
chiedendoci
di
reinventare
la
tradizione
dei
saperi
e
dei
valori,
modificando
di
fatto
il
modo
con
cui
accediamo
al
senso religioso
dell’esistenza, la nostra
ricerca
di
Dio, il nostro
modo di pregare,
da soli e
in
comunità.
La
visione
delineata
nel
capitolo
precedente
ci
chiede
di
scegliere
volontariamente
di
vedere
que-
sti
mutamenti,
di
abitarli,
per
continuare
a
incarnare la nostra fede
cristiana. Non si tratta di
studiare dall’esterno fenomeni
che non toccano le nostre vite; si tratta di scoprire come queste
trasforma- zioni interrogano le nostre esistenze, chiedendoci di
rideclinare la grammatica della fede, perché sia capace di generare
la vita nuova dello Spirito anche in questa situazione. L’obiettivo
del cammino sino- dale infatti non è soltanto il miglioramento (oggi
si direbbe “l’implementazione”) delle nostre pratiche
pastorali, ma quello di abitare da cristiani il nuovo mondo che
avanza, capaci di una fraternità e di una solidarietà che
affrontano con determinazione le
sfi- de poste davanti a
noi.
Ascoltare
per rielaborare emozioni e reazioni
Per molti di noi, resi insicuri da mutamenti
che non dominiamo, parlare di migranti significa, anzi- tutto,
parlare di stranieri. Lo straniero è il diverso per antonomasia e
ciò che è diverso suscita imme- diatamente emozioni e, tra le
altre, una molto pre- cisa: la paura. La paura è reale: per noi
italiani,
emi- granti fino all’altro ieri
e tornati a emigrare in
questi ultimi anni, è la paura
di vedere vacillare quel mar- gine di sicurezza e benessere
faticosamente conqui- stato; è la paura di vedere sventolare davanti
ai pro- pri occhi la condizione in cui potremmo ricadere, se
condividiamo benessere e sicurezza con altri. Per i “già arrivati”
è la paura che i nuovi arrivati con- quistino la propria fetta di
benessere presumendo che
ciò
avvenga
senza
fatica
da
parte
loro,
facendo
magari retrocedere gli sforzi compiuti per
“distan- ziarsi” dalle rappresentazioni negative circa lo stra-
niero. Per i “nuovi arrivati” è la paura ancora cucita sulla
propria pelle per quanto lasciato e per il viag- gio intrapreso,
nonché per le numerose incertezze del futuro, appesantite dal
sentirsi poco riconosciuti da un mondo molto competitivo ed
esclusivo.
La paura non va banalizzata, né sottovalutata:
soprattutto nel suo potere aggregante contro qual- cuno o qualcosa.
La paura va accolta, compresa e, attraverso la conoscenza e la
consapevolezza, va attraversata e lentamente superata. Oltre un
quarto di secolo fa, in una città resa inquieta dalla presenza di
poche migliaia di “forestieri”, il cardinale Martini parlava
dell’immigrazione come di un’occasione “profetica”: una sfida
che la nostra società era chia- mata ad accogliere con spirito
positivo, trovando in essa il modo per rigenerarsi salvando il meglio
della propria tradizione democratica. Con straordinaria lungimiranza,
i pastori di Milano che si sono suc- ceduti in questi decenni ci
hanno più volte aiutato ad aprire il nostro sguardo per osservare
come sui migranti stranieri spesso si scarica l’insoddisfazione per
i problemi che non sappiamo risolvere, indican- doli come gli
autentici poveri tra i più poveri, che non possono non sollevare
questioni che ci appaio- no drammatiche. Questioni riguardanti, ad
esem- pio, la presenza di minoranze culturali e religiose che hanno
alle spalle poteri violenti, iniqua distri- buzione delle risorse,
violazione della dignità; o questioni riguardanti l’idea di
convivenza messa
sotto pressione se i rischi di squilibri e
scontri etnici non vengono gestiti attraverso l’elaborazione di un
progetto di integrabilità, poiché solo “aprire le fron- tiere non
basta”.
I pastori ambrosiani in più occasioni ci hanno
aperto
la
mente
alla
visione
e
alla
speranza
di
costrui- re
una
società
plurale,
accettando
il
fatto
dell’immi- grazione
con
spirito
profetico
e
come
l’occasione
di una “più grande presenza di
Dio tra gli uomini”, formando
coscienze
volte
all’accoglienza
di
persone che
provengono
da
mondi
diversi
e
capaci
di
vedere nella
diversità
non
una
causa
di
scontro
ma
l’occa- sione
di
un
reciproco
arricchimento,
stimolando
una maggiore
giustizia
anche
nei
Paesi
che
opprimono le loro minoranze. La
posta in gioco, infatti, non
è tanto la qualità della
convivenza o la tenuta della democrazia,
ma
la
capacità
della
Chiesa
ambrosiana di
farsi
testimonianza
vissuta
del
Vangelo,
vivendo in
modo
nuovo
e
pieno
la
propria
cattolicità.
Assumere
il meticciato come strumento
In origine,
l’aggettivo “meticcio” e il
sostantivo
derivato
“meticciato” non
avevano
un’accezione
positiva.
Erano termini nati dentro
la lingua
ispa- nica per
designare
in negativo
una
mescolanza
di razze
frutto non
di libertà
e volontà
ma segno
di asservimento
e dominazione.
Essere
additati
come
meticci significava essere
esclusi,
espulsi,
ghettizzati.
Assumendo questo termine per l’energia che da
esso può emergere, si è sviluppata negli ultimi
decenni
una
riflessione
dentro
la
teologia
cha
ha
tra- sformato il concetto di
meticciato in uno strumento di inclusione e di generazione di nuove
forme di fra- ternità. Il cardinale Scola in parecchi suoi
interventi si è fatto portatore di questa nuova logica. Accet- tare
una logica di meticciato significa volere posi- tivamente fare i
conti con un incontro di culture e di società così profondo da
giungere a toccarci nella carne,
nei
nostri
affetti
più
profondi
e
nei
nostri
desi- deri fondamentali;
significa fare i conti con un cam- biamento che non scegliamo ma che
possiamo acco- gliere, riconoscendolo e cercando, per quanto pos-
sibile, di accompagnarlo, indirizzandolo al meglio; significa
accogliere la possibilità e accettare che l’in- contro con l’altro
riscriva le nostre identità, indivi- duali, sociali,
culturali.
Assumere
il meticciato come strumento
significa assumere
uno stile di confronto
e di apertura per
abitare
la trasformazione che le terre
ambrosiane stanno conoscendo.
Chiede di attrezzarsi
per abitare
la
società
plurale
capaci
di
prossimità,
di
fantasia
per
accendere
forme
inedite
di
buon
vicinato,
con
dentro
una voglia di giocarsi
anticipando il riconoscimento dell’altro
e del bene che l’incontro
con lui è per me,
per la mia fede, per il futuro
della nostra società. Come ci
ricorda
spesso papa Francesco, in
un’epoca di individualismo la fede cristiana è capace di gene-
rare
stili di vita alternativi,
antagonisti, che globaliz- zano
la
fraternità
e
la
solidarietà,
superando
la
logica
dello scarto e una visione
riduttivamente consumi- stica delle relazioni
tra le persone e i
popoli.
Questo è il meticciato; le tante pratiche che
nelle forme più svariate la Caritas ambrosiana ha propo- sto
in
questi
ultimi
anni
–
come
ad
esempio
i
progetti di accoglienza diffusa –
sono altrettanti esercizi di apprendimento
del
meticciato.
La
tradizione
ambro- siana ha saputo inventare
tanti modi per accompa- gnare il cambiamento che viviamo: ne è segno
l’in- traprendenza di tante associazioni e l’impegno
di tanti gruppi, come pure le
forme di collaborazione con le istituzioni e le amministrazioni
pubbliche. Scuole di italiano per stranieri, doposcuola, labo- ratori
di comunione nelle esperienze estive degli oratori, esperienze di
condivisione legate al mondo del cibo, delle tradizioni culturali e
delle feste; sono tante le forme che già nel quotidiano ci mostrano
un meticciato in piena attività.
E non soltanto dentro il mondo ecclesiale: mondi come quello della
scuola, della sanità e dell’assistenza sociale sono luoghi da
osservare per imparare da coloro che praticano il meticciato in modo
ormai
quotidiano.
Tutta
questa mole di esperienze fatica
però a
strut- turarsi, dando forma a
pratiche e a luoghi esemplari di trasformazione dei nostri stili di
vita, a livello più ampio. In parecchie occasioni le periferie –
ossia quegli spazi sociali e umani in cui le sfide quoti- diane hanno
innescato processi, pur se circoscritti, ancorché molto
significativi per il cambiamento – sono diventate laboratori della
città del futuro; ma queste buone pratiche faticano ad avere
l’attenzione che meritano. L’urgenza
ci ha fatto imparare anche nuovi
linguaggi
e
nuove
vie
di
dialogo
e
di
collabo-
razione con le amministrazioni e le varie
istituzioni pubbliche. Quanto tutto questo diviene profezia, capacità
di mostrare come il cristianesimo generi nuove sintesi, nuovi stili
di vita?
Per
continuare a interrogarsi
La traccia che stiamo sviluppando vorrebbe
susci- tare tante domande. Ci aspettiamo che esse possano divenire
uno strumento di ascolto, dibattito, con- fronto, immaginazione per
riconoscere le tante pra- tiche di meticciato che già viviamo nel
nostro quo- tidiano e quanto esse ci hanno interrogato, come stanno
cambiando i nostri giudizi e i nostri stili di vita.
Quali sono le paure e le formule stereotipate
che inibiscono le energie positive di trasformazione che pure vediamo
presenti, diffuse nelle nostre terre? Quali stili di vita abbiamo
saputo modificare, quali sentiamo il bisogno di modificare e in che
cosa sen- tiamo di non avere la forza per cambiare? Dove vediamo il
bene che avanza, il futuro che si svela? Dove ci accorgiamo che il
cambiamento ha reso ina- deguate forme di presenza e i linguaggi
delle nostre istituzioni dentro la società? Cosa le nostre comu-
nità stanno imparando dalla presenza e dall’incon- tro con i
migranti che abitano in modo ormai
stabile le nostre terre, così
come con i migranti che le attra- versano in cerca di una nuova
patria?
Capitolo
terzo
LA
DIOCESI DI MILANO, CHIESA DALLE GENTI
Tradizioni
che chiedono di essere rigenerate
Il fenomeno migratorio che sta interrogando la
diocesi
va
letto
dentro
il
contesto
più
generale
di
tra- sformazione che la Chiesa
ambrosiana sta vivendo. I cantieri e le riforme che ci hanno
interessato negli scorsi anni sono al tempo stesso frutto e segno di
questi cambiamenti: basta osservare il numero annuo dei Battesimi che
si va riducendo in modo sensibile (abbiamo perso un terzo dei
Battesimi in dieci anni), come il numero delle vocazioni al pre-
sbiterato e alla vita consacrata. Cambiamenti
intensi e misurabili li
osserviamo anche in strutture che il passato recente ci ha consegnato
come roccaforti
del volto popolare del
cattolicesimo ambrosiano (ora- tori, asili e scuole dell’infanzia)
o segno di un cri- stianesimo che si fa prossimo e solidale (presenza
e animazione negli ospedali, case di
cura).
I migranti, che in parecchi casi sono fedeli
appar- tenenti alla Chiesa cattolica, si rivelano come una potenziale
e positiva energia che spinge le nostre comunità cristiane a quella
conversione pastorale che il contesto generale ci sta imponendo con
sem-
pre maggiore pressione. Siamo invitati a far
fronte a questi mutamenti rileggendoci dentro quell’ottica
universalistica che la visione contemplativa accesa nel primo
capitolo ci ha fornito come fonte
preziosa. Il fenomeno della
migrazione si presenta come quel kairos
che
ci
permette
di
rileggere
e
rilanciare
tutto
il bagaglio della nostra
tradizione ambrosiana, aven- dolo riletto e purificato alla luce del
potere di attra- zione universale della croce di
Cristo.
Solo così potremo vincere l’inerzia che ci
spinge a ripetere gesti che ci costano sempre maggiore fatica (“si
è sempre fatto così”). Proprio grazie a questa visione avremo le
energie e la forza, legate alla spe- ranza che ci è donata dalla
croce di Cristo e dalla sua risurrezione, per riscrivere dentro il
cambia- mento i piccoli ma potenti gesti feriali e quotidiani che
incarnano la fede, con la loro forza educativa e trasfiguratrice,
come ce li ha richiamati il nostro arcivescovo Mario nella sua
lettera pastorale (pre- ghiera personale e in famiglia, Eucaristia
domeni- cale, educazione alla vita come vocazione, essere sale e
lievito nel
mondo).
Un semplice sguardo al presbiterio e al mondo
della vita consacrata ci permette di comprendere quanto
siano
reali
le
affermazioni
appena
fatte:
sono parecchie le nostre realtà
pastorali che ricevono già in questo momento i benefici della
presenza di
preti, consacrati e consacrate
provenienti da altre nazioni, che con la loro dedizione e la loro
fede
arricchiscono e danno futuro alla
nostra Chiesa
ambrosiana.
In
cammino con i cattolici di altre nazioni e continenti
La presenza dei cattolici di altre nazioni e
conti- nenti
–
in
alcune
delle
nostre
parrocchie
già
organiz- zata in comunità –
oltre che strutturata nelle varie cappellanie e nella parrocchia dei
migranti, si pre- senta come una risorsa che chiede di essere ben
evi- denziata e valorizzata dal nostro cammino sinodale. La diversità
del loro modo di pregare e di celebrare, come pure l’affezione con
cui vivono il legame alle loro comunità; la loro voglia di
incarnare dentro la cultura ambrosiana le loro feste e le loro devo-
zioni… sono tutti elementi che interrogano la nostra pastorale e la
nostra vita ecclesiale, provocandola positivamente.
In
alcuni
casi
le
nostre
storie
e
la
nostra
vita
di
fede procedono in modo parallelo,
pur condividendo gli stessi spazi e vivendo gli stessi tempi
liturgici. Ma in più di un luogo si è aperta la strada
dell’incontro: si sono accese pratiche di “contaminazione”,
forme di meticciato che, sfruttando dimensioni fondamen- tali
dell’esperienza umana (il cibo, la lingua, la
festa, il dolore, il bisogno, i
legami, il lavoro, il vicinato), hanno di fatto avviato cammini di
condivisione che si vanno consolidando, generando nei fatti un “noi”
ecclesiale
inedito.
Queste buone pratiche di condivisione meritano
di essere conosciute e diffuse, perché sono capaci di generare
energie per affrontare le sfide che tutti ci troviamo di fronte:
vivere una fede incarnata che dà senso al quotidiano; trasmetterla
alle nuove gene- razioni;
riscoprire
il
valore
e
la
bellezza
del
modo
cristiano di vivere la famiglia, le relazioni…
Ascol- tare le comunità dei migranti, i racconti delle loro
vicissitudini familiari, come pure tutte le fatiche che le seconde
generazioni ci rimandano; e in modo reciproco fare ascoltare loro le
fatiche della trasmis- sione dei valori e della fede alle nuove
generazioni italiane; confrontarci su altre grandi questioni fami-
liari e sociali è fonte di indubbio arricchimento e seminagione di
nuovi modi di essere Chiesa dalle genti, a Milano
oggi.
Il
Sinodo
minore,
come
ci
ha
chiesto
in
modo
espli- cito
il
nostro
arcivescovo
Mario,
si
aspetta
di
appren- dere tanto da questo
esercizio di ascolto: come que- sta contaminazione positiva e questo
meticciato tra- sformano la liturgia (la sua preparazione, la sua
ani- mazione, la sua
celebrazione: si pensi alle comunità cattoliche di rito orientale,
ad esempio), la pastorale familiare (in che modo declinare il tema
della
“fami- glia soggetto di
evangelizzazione”), il calendario annuale delle nostre comunità
parrocchiali, la vita e lo stile dei nostri oratori (e di conseguenza
la
forma- zione delle giovani
generazioni), così che la diocesi di Milano possa essere veramente
una Chiesa dalle genti?
Un
ecumenismo di popolo
Tra i
migranti sono presenti anche molti cristiani non cattolici. Il
fenomeno delle migrazioni ha per- messo alla nostra diocesi in pochi
anni di appren- dere e praticare un reale stile ecumenico, capillare
e
diffuso,
di
popolo
appunto,
come
lo
ha
definito
il cardinale Scola. Oltre alla presenza storica
del cristianesimo legato al mondo della riforma prote- stante, in
questi ultimi decenni sono apparse e si sono strutturate in modo
visibile comunità legate alla Chiesa ortodossa (romena, russa,
ucraina, mol- dava, greca, bulgara, serba…), la Chiesa copta, le
Chiese cristiane antiche. Anche il mondo penteco- stale ha bussato in
più di un luogo alle porte delle nostre parrocchie.
Le occasioni di incontro e di prossimità si
sono moltiplicate: a più di una comunità abbiamo offerto ospitalità
nelle nostre chiese e negli spazi parroc- chiali; con più di una
realtà abbiamo avviato inizia- tive caritative comuni; l’offerta
di spazi e la condi- visione di attività si è trasformata in più
di un caso nell’accensione di un processo di ascolto e scambio
reciproco. Stiamo scoprendo quanto sia arricchente il confronto con
le loro liturgie, le loro teologie, i loro processi di incarnazione e
di trasmissione della fede.
Ci sentiamo molto stimolati dalla diversa
prospet- tiva a partire dalla quale vivono l’unica fede cri-
stiana. Oltre a un legame profondo con la Parola di Dio, pregata e
studiata, dalle altre Chiese cristiane ci sentiamo interrogati per la
capacità che hanno saputo conservare di concretizzare la fede nel
quo- tidiano e di scriverla, ad esempio, nel corpo
(tramite le pratiche del
digiuno), per la loro radice
monastica a cui alimentarsi, per
una devozione e una parte- cipazione molto vive, frutto anche del
martirio che segna
in
modo
ancora
attuale
parecchie
di
queste
Chiese. L’ecumenismo, da oggetto e contenuto
dei nostri scambi, sta diventando metodo per affron- tare problemi
che scopriamo essere comuni: l’ini- ziazione alla fede delle
giovani generazioni, la forza e il modo di essere cristiani dentro
una società seco- larizzata, la capacità di trovare linguaggi
adeguati per rispondere da cristiani alle sfide di una cultura e una
tecnica sempre più
invasive.
Anche in questo campo specifico il cammino
sino- dale ci permetterà di raccogliere molti frutti: rac- conti di
buone pratiche, indicazioni per una con- divisione di spazi e
iniziative che col tempo chiede di essere maggiormente strutturata e
regolata. Ma soprattutto la certezza che la nostra fede sta matu-
rando e arricchendosi grazie a questo cammino ecu- menico.
Cristiani
dentro una società plurale
Tanti
migranti, giunti nelle terre
ambrosiane per motivi
economici
e
politici
e
non
primariamente
reli- giosi, appartengono a
religioni antiche ma che per noi risultano nuove, come l’Islam. Le
nostre comu- nità hanno così imparato in pochi anni a vivere
den- tro
un
contesto
sociale
che
si
è
trasformato,
adattan- dosi non senza fatiche a
questa presenza religiosa plurale. Il pluralismo religioso già
conosciuto in altre parti del continente europeo e negli altri conti-
nenti sta diventando lo sfondo al ritmo quotidiano della nostra vita
ecclesiale, obbligandoci a declinare in
modo
diverso
e
più
attivo
la
nostra
identità
e
testi- monianza cristiana. Ci è
chiesto infatti di portare
in
modo positivo la nostra fede come contributo a
un dialogo che necessariamente va creato e sostenuto nella società
plurale, per partecipare alla costru- zione del bene comune, operando
insieme alle altre esperienze religiose per raggiungere e promuovere
una pace che è non semplicemente il risultato nega- tivo di
un’assenza di rapporti (e quindi di conflitti), ma il frutto di un
incontro che si fa stima reciproca
e cammino
comune.
Parecchie nostre strutture sono diventate vere
e proprie palestre di questa scuola di convivenza e di costruzione di
una società plurale dialogica, anti- cipando risposte a bisogni
anche religiosi (come i luoghi per poter fruire di una libertà
religiosa vera- mente reale e concreta) che spetta alle ammini-
strazioni pubbliche strutturare in modo compiuto. Abbiamo attivato
collaborazioni con istituzioni ed enti per favorire la soluzione a
bisogni primari
e a disagi generati dal
ritrovarsi in società e culture molto diverse da quelle originarie.
Abbiamo fatto tutto questo con la convinzione che la nostra fede ne
uscirà maturata e arricchita, capace di percepire a una profondità
maggiore la visione universalistica che le è costitutiva e che guida
anche il nostro cam- mino sinodale. La celebrazione del Sinodo minore
è un appuntamento provvidenziale, che costringe le nostre realità
ecclesiali a confrontarsi in modo serio con le questioni sollevate
dal dialogo interreligioso alla nostra vita ecclesiale e agli stili
della nostra testimonianza
cristiana.
Un
Sinodo per essere Chiesa dalle genti
È in modo particolare su questo terzo capitolo
che il Sinodo minore chiede a tutte le realtà cristiane di
impegnarsi in un ascolto e in un confronto profondi e capaci di
maturare cammini reali di conversione pastorale. Il futuro del
cattolicesimo ambrosiano dipende da come sapremo abitare il
cambiamento. Per questo il cammino sinodale che stiamo intra-
prendendo è decisivo. Per questo motivo sarà pre- zioso il
contributo di ogni singola voce: a ognuno di noi lo Spirito dà
carismi particolari perché insieme si possa riconoscere in modo
sempre più lucido il cammino che la Chiesa, corpo di Cristo dentro
la storia, sta percorrendo con l’umanità verso il Regno che il
Padre ci ha preparato.
Capitolo
quarto
IL
CAMMINO DELL’ASCOLTO
I
soggetti e i luoghi dell’ascolto sinodale
Questo documento preparatorio è stato pensato
per consentire agli operatori pastorali di costruir- si un quadro di
lettura sufficientemente esaustivo della problematica oggetto della
consultazione sino- dale. Fino a Pasqua il percorso del Sinodo minore
prevede questa fase di coinvolgimento, riflessione, condivisione, il
più possibile capillare e capace di coinvolgere non soltanto il
corpo ecclesiale ma anche
tutti
quei
soggetti
che
intendono
offrire
il
pro- prio contributo al nostro
cammino.
Ci aspettiamo che discutano di questo docu-
mento i consigli pastorali (parrocchiali e decanali), le assemblee
presbiterali, il mondo della vita consa- crata, i movimenti e le
associazioni, le cappellanie e le comunità cristiane etniche, le
tante istituzioni/ associazioni e realtà cristiane che animano il
mondo della carità (a partire dalle tante Caritas
parrocchiali e decanali), i mondi
dell’assistenza, della salute, del lavoro, dell’educazione, del
volontariato, dello sport.
Ci piacerebbe che il mondo della scuola (grazie
all’attivazione degli insegnanti di religione, ma non solo),
quello della pubblica amministrazione e delle istituzioni politiche,
il mondo dei servizi alla persona (sanità, assistenza sociale,
sorveglianza
e custodia del territorio),
discutessero il documento e ci facessero avere le loro conclusioni.
Siamo grati ai giovani che si renderanno protagonisti di eventi e
momenti di scambio a partire da questo
documento, proprio nei mondi che
abitano (lavoro, università, gruppi di
interesse…).
Attendiamo il contributo dei cristiani apparte-
nenti alle altre confessioni e delle altre religioni. Sarebbe per noi
un dono prezioso che il Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano e
le altre realtà ecu- meniche presenti in diocesi, il Forum delle
Religioni e gli altri tavoli di
dialogo ci facessero giungere le loro riflessioni, le loro domande e
le loro proposte circa gli argomenti che questo documento ha toc-
cato.
Strumenti
per l’ascolto sinodale
Per favorire questo scambio e questo confronto
capillare, prendendo spunto da questo sussidio, renderemo disponibili
sul sito delle tracce per gui- dare la riflessione. Una prima traccia
è stata pen- sata per guidare il confronto nei consigli pastorali.
Seguiranno tracce per il mondo della scuola e dell’e- ducazione,
della carità, dell’ecumenismo, dell’am- ministrazione e delle
istituzioni pubbliche…
il
cammino
dell’ascolto
Metodo
sinodale
A tutti chiediamo di praticare il metodo
dell’a- scolto e dell’incontro. Ricordiamo che non si tratta di
elaborare pensieri e idee “su”, ma di costruire riflessioni e
percorsi “con”. Sarà utile costruire pla- tee e luoghi di
discussione che prevedano una pre- senza in grado di fotografare la
società plurale, la Milano terra di meticciato che si va
realizzando. Sarebbe utile che nelle varie cittadine che compon- gono
il tessuto diocesano fosse organizzato qual- che convegno o percorso
di approfondimento che adottasse lo stesso metodo e avesse per
obiettivo una declinazione locale del più ampio orizzonte sinodale
(ad esempio: lavorare per immaginare il futuro di Varese
come Chiesa dalle genti,
capace di animare la trasformazione sociale e culturale in atto. Lo
stesso può essere detto per tutte le città che compongono il
tessuto diocesano: per Lecco, per Monza, per Busto Arsizio, per
alcuni comprensori come il territorio di
Vimercate…).
Consegna
dei risultati dell’ascolto
Ci aspettiamo che i frutti di queste pratiche
di ascolto vengano fissati in testi e inviati entro
Pasqua (1 aprile 2018) alla
Commissione che segue il cam- mino
del
Sinodo
minore
(sinodo@diocesi.milano.it). Tutto
questo materiale servirà per
costruire i testi che faranno da guida alla fase successiva, più di
individuazione di alcuni nodi e di deliberazione di alcune linee
diocesane. Ricordiamo che quella fase vedrà
il
cammino
simultaneo
dei
due
consigli
(pre-
sbiterale e pastorale diocesano), chiamati ad
affron- tare il tema dalle proprie rispettive differenze e
peculiarità.
CONCLUSIONE
Nel 2012
papa Benedetto
XVI
aveva
ricordato,
ai
milanesi
riuniti in piazza
Duomo
ad
accoglierlo,
che
«spetta
ora
a voi,
eredi
di un glorioso
passato
e di
un patrimonio
spirituale di
inestimabile
valore,
impegnarvi
per
trasmettere
alle
future
generazioni
la fiaccola
di una
così luminosa
tradizione.
Voi
ben
sapete
quanto sia
urgente
immettere
nell’attuale
con-
testo
culturale il lievito
evangelico». La terra
dei
santi
Ambrogio
e
Carlo,
questo
grande
tessuto
urbano
che
copre
e
supera
il
territorio
diocesano,
si
trova
in
una
fase
davvero
particolare della sua
storia:
sta
cono-
scendo
da un lato
un grande
momento di
risveglio
e
rilancio
ma dall’altro
è provocata
e anche
sfidata
da
un nuovo
contesto culturale e sociale
che
non
sempre
favorisce
l’incontro
di
popoli
e
di
culture
in
una
con-
vivenza
capace di accogliere
e conciliare
le
differenze.
Nel parco
di Monza,
il 25 marzo
2017,
papa
France-
sco
ci
ha
ricordato
che
«ci
fa
bene
ricordare
che
siamo
membri
del Popolo
di Dio!
Milanesi,
sì,
ambro-
siani,
certo, ma parte
del grande
Popolo
di Dio.
Un
popolo
formato da mille
volti, storie
e
provenienze,
un popolo
multiculturale e multietnico.
Questa è
una
delle
nostre
ricchezze.
È un popolo
chiamato a ospi-
tare
le differenze,
a integrarle
con rispetto
e creatività
e a celebrare
la novità
che proviene
dagli
altri; è un
popolo che non ha paura
di abbracciare
i confini,
le frontiere;
è un popolo
che non ha paura
di dare
acco-
glienza
a
chi
ne
ha
bisogno
perché
sa
che
lì
è
presente
il suo
Signore».
Milano,
Chiesa dalle genti: il compito
del Sinodo
minore
che stiamo
vivendo è dare
corpo
al mandato
che i due ultimi
Papi hanno consegnato alla nostra diocesi. È
il nostro
modo
di vivere
e consegnare
alle
nuove generazioni quella tradizione di
fede
che ci
fa vivere,
che ci ha fatto
conoscere
e incontrare
Dio
come il Padre
di Gesù
Cristo e il Padre
nostro; quel
Padre
grazie
al quale
sperimentiamo una nuova
fra- ternità, più forte
della carne e del sangue,
generata dal suo Spirito,
che ci riempie
di gioia
e ci permette
di trasformare
in modo
nuovo il quotidiano
e la sto-
ria che viviamo.
Preghiamo
lo Spirito
perché
ci guidi
nel trasformare
una necessità
generata dal male
e dai
peccati degli uomini in
un’opportunità
per ricono-
scerci
figli
dello stesso Padre
e fratelli
in Gesù
Cristo, responsabili
insieme
del creato
e dell’umanità
che, ricevuti in dono
da Dio,
siamo chiamati, nella libertà dei
figli,
a consegnare
in dono
alle future
generazioni.
A
cura della Commissione di
coordinamento
del
Sinodo
minore
«Chiesa
dalle
genti»
Milano,
7 gennaio
2018
Tutti
i
materiali
e
gli
aggiornamenti
sul
Sinodo
minore
sono
disponibili su:
www.chiesadimilano.it/sinodo
PREGHIERA PER IL SINODO MINORE:
CHIESA
DALLE GENTI
Padre
nostro che sei nei cieli, venga il tuo regno!
Rinnova
il dono del tuo Spirito per la nostra Santa Chiesa
perché
viva il tempo che tu le concedi come tempo di grazia,
attenda
con ardente desiderio il compimento delle tue promesse,
sia
libera da paure e pigrizie,
inutili
nostalgie e scoraggiamenti paralizzanti, sia vigile per evitare
superficialità e ingenuità,
sia
fedele al Vangelo di Gesù e alla santa tradizione e tutte le genti
si sentano pietre vive
dell’edificio
spirituale
che
custodisce la speranza di vita e di libertà e annuncia l’unico
nome in cui c’è salvezza, il nome santo e benedetto del tuo Figlio
Gesù.
Padre
nostro che sei nei cieli, sia fatta la tua volontà!
Rinnova
il dono del tuo Spirito
per
la nostra Santa Chiesa e per ogni vivente, perché siamo sempre tutti
discepoli,
disponibili
all’ascolto reciproco, pronti a consigliare:
donaci
parole sincere e sapienti,
liberaci
dalla presunzione e dallo scetticismo.
Aiutaci
ad essere docili alle rivelazioni che tu riservi ai piccoli
e
aperti alla gioia di camminare insieme, di pensare insieme, di
decidere insieme, perché il tuo nome sia benedetto nei secoli e la
terra sia piena della tua gloria.
