AVVENTO
“Ecco: sto alla porta e busso… Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me…”.
C’è consolazione più bella del cenare insieme a qualcuno che ci vuol molto bene e ci viene a trovare? Ecco, sto alla porta e busso: la condizione per fare questa esperienza tanto consolante e bella è in queste parole, e dipende da noi, da me, da te, da ciascuno: Gesù non mi costringe ad accoglierlo, non butta giù la porta per entrare nella mia vita; lui bussa, con discrezione, e aspetta… (chissà da quanto tempo aspetta!); tocca a me aprirgli: è una porta, quella della vita, che si apre solo dall’interno. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò, cenerò con lui ed egli con me…”. Eh, deve chiarire bene come si svolgerà la cena, che non succeda che lui se ne sta da solo in sala da pranzo e io in cucina (da solo). No, lui – il Figlio di Dio – si siederà accanto a me, sul mio stesso piano di umanità (proprio la mia umanità di ogni giorno), e io – con questa mia umanità di ogni giorno – trafelata, infarcita di preoccupazioni, di scatti di bontà o di nervosismo – io, proprio con questa mia umanità, siederò accanto al Figlio di Dio, con una vicinanza tale che potrò sentire il suo respiro, come l’apostolo Giovanni la sera dell’ultima cena che poggiava il capo sul suo cuore e ne sentiva il battito. Concludo col dire: lasciamoci amare, rimproverare se occorre, ed educare da Gesù. Fuggiamo dalla tiepidezza e dalla mediocrità come si fugge dalla pesta o dal colera. E mettiamo in preventivo che, per quanto possiamo aver sperimentato l’amore del Signore in passato, il bello… il più bello deve ancora venire. Infatti: “Ecco, io sto alla porta e busso” dice Gesù. Ed è questo l’Avvento. In fondo, è sempre, è tutti i giorni Avvento.