sabato 13 ottobre 2018

INSIEME n° 317 - 14 ottobre 2018 - anno 8° dall'entrata nella nuova Chiesa

           PASSI ...PER UNA COMUNITA’ IN CAMMINO


C’è un quinto passo: la consapevolezza di essere chiamati ad una relazione personale con il Signore. Una relazione che matura dentro una frequentazione quotidiana l’uno dell’altro e dentro una rinnovata esperienza di ascolto. Noi non siamo funzionari di una istituzione parrocchiale, non vale la pena. O c’è l’affetto sincero e filiale per il Padre, o c’è un’affezione di discepoli per il Signore Gesù , o non vale la pena continuare a camminare e annunciare.

 
Domanda: quali sono i momenti in cui la comunità sperimenta la sua prossimità con il Si- gnore? Come la nostra comunità vive i suoi momenti liturgici? Quali scelte compiere per favorire una più profonda intimità con il Signore?



Il sesto passoè un’espressione che ci lascia pensosi, con licenza di immaginare, come a volte il testo sacro ci concede. “Passammo in questa città - la città di Filippi - alcuni giorni”(v.12b). Cosa avranno fatto Paolo, Sila,Timoteo,Luca in quei giorni? È probabile che in quei giorni loro non abbiano fatto nulla, abbiano soltanto percorso quella città. L’abbiano attraversata. D’altra parte, questa è la prerogativa di un cammino… Forse Paolo e gli altri l’hanno percorsa tutta quella città, in quei giorni, soltanto percorsa, soltanto guardando negli oc- chi quei macedoni e domandando loro: sei tu il Macedone chemisei apparso in visione emihai detto: vieni e aiutaci? Bisogna che torniamo ad interrogare gli altri, quelli che stanno sulla soglia, quelli che saremmo portati a definire “pagani” di oggi, quelli che, comunque, nella condizione in cui stanno, ci appaiono in visione e ci dicono in qualche modo: venite ad aiutarci!“Adaiutarci”, non a seppellirci con le vostre pedanti ingiunzioni etiche, a soffocare quella piccola fiammella che ancora resiste in noi, la fiammella discreta e promettente della ricerca di Dio, dell’attesa di Dio, della nostalgia di un tempo forse perdutomache ancora attendiamo, il tempo della vita nuova, il tempo di una gioia, il tempo di una famiglia degna di questo nome, il tempo di un lavoro con cui guadagnare onestamente il pane per i nostri figli, il tempo di relazioni fraterne,buone.



Domanda: Attraversare la città vuol dire costruire spazi di prossimità. Che cosa si attende la gente da noi? E che cosa siamo in grado di darle? Quali passi dobbiamo compiere perché la nostra comunità sia più attenta e disponibile, capace di rispondere ai bisogni reali delle per- sone?



Il settimo passo è quello che Paolo e gli altri compiono quel sabato: “Quando arrivò il sabato uscimmo fuori della porta della città in un luogo vicino al fiume dove sembrava che ci fosse una preghiera. E sedutici cominciammo a parlare alle donne che si erano riunite”.Vuol dire,andare verso i timorati di Dio,l’andare verso gli uomini e le donne del nostrotempo e del nostro territorio, uomini e donne che hanno le loro liturgie, i loro luoghi di culto, i loro luoghi per riunirsi… Il settimo passo è quindi il procedere, l’approssimarsi, il farsi prossimo lì dove le persone vivono, incontrandole per quello che sono. Camminare vuol dire uscire, uscire dalle città fortificate dei nostri spazi sacri e delle nostre istituzioni pastorali; vuol dire attraversare la città e stare con la gente mostrando con discrezione e decisione la bontà promettente del vangelo.



Domanda: quali sono i passi da compiere perché la nostra comunità diventi presenza viva sul territorio e riferimento per tutti? Che cosa dobbiamo fare perché la nostra comunità sia realmente Chiesa in uscita? Quanto siamo capaci di dialogare con il mondo che sta“fuori”?



Infine l’ottavo passo. Lidia, essendo stata battezzata lei e quelli della sua casa ci fece questa richiesta: “Se mi giudicate fedele, credente nel Signore, venite ad abitare nella mia casa”. Così come i due di Emmaus hanno forzato, hanno fatto forza a Gesù perché hanno intuito che in Lui c’era il fuoco di Dio che penetrava nelle viscere e faceva ardere il cuore, il corpo, i passi, gli occhi, tutto, che la sua presenza era già una rinascita, era già vita nuova, resurrezione anche per loro, e per questo lo hanno forzato a “restare con loro”, così Lidia… Lei ha intuito che in loro c’era la presenza del Signore Gesù, che loro erano il corpo vivo oggi del Signore Gesù, l’unico che possa essere toccato e fisicamente udito.



Domanda: che cosa “la mia casa”, che cosa “la mia esperienza di credente”, che cosa “la mia storia di fedeltà a Gesù” può offrire all’altro, alla fede altrui? Quando io dico all’altro che in questo momentomista seduto accanto“Vieniad abitare nella mia casa” quale ali- mento, quale conforto, quale protezione, quale riposo, quale benedizione la mia vita di fede può rappresentare per la vita degli altri, in particolare per la vita dei miei fratelli, dellemiesorelle, nella comunitàcristiana?