PASSI ...PER UNA COMUNITA’ IN CAMMINO
C’è un quinto passo: la consapevolezza di essere chiamati ad
una relazione personale con il Signore. Una relazione che matura
dentro una frequentazione quotidiana l’uno dell’altro e dentro
una rinnovata esperienza di ascolto. Noi non siamo funzionari di una
istituzione parrocchiale, non vale la pena. O c’è l’affetto
sincero e filiale per il Padre, o c’è un’affezione di discepoli
per il Signore Gesù , o non vale la pena continuare a camminare e
annunciare.
Domanda: quali sono i momenti in cui la comunità sperimenta la sua
prossimità con il Si- gnore? Come la nostra comunità vive i suoi
momenti liturgici? Quali scelte compiere per favorire una più
profonda intimità con il Signore?
Il sesto passoè
un’espressione che ci lascia pensosi, con licenza di immaginare,
come a volte il testo sacro ci concede. “Passammo in questa città
- la città di Filippi - alcuni giorni”(v.12b).
Cosa avranno fatto Paolo, Sila,Timoteo,Luca
in quei giorni? È probabile che in quei giorni loro non abbiano
fatto nulla, abbiano soltanto percorso quella città. L’abbiano
attraversata. D’altra parte, questa è la prerogativa di un
cammino… Forse Paolo e gli altri l’hanno percorsa tutta quella
città, in quei giorni, soltanto percorsa, soltanto guardando negli
oc- chi quei macedoni e domandando loro: sei tu il Macedone chemisei
apparso in visione emihai
detto: vieni e aiutaci? Bisogna che torniamo ad interrogare gli
altri, quelli che stanno sulla soglia, quelli che saremmo portati a
definire “pagani” di oggi, quelli che, comunque, nella condizione
in cui stanno, ci appaiono in visione e ci dicono in qualche modo:
venite ad aiutarci!“Adaiutarci”,
non a seppellirci con le vostre pedanti ingiunzioni etiche, a
soffocare quella piccola fiammella che ancora resiste in noi, la
fiammella discreta e promettente della ricerca di Dio, dell’attesa
di Dio, della nostalgia di un tempo forse perdutomache
ancora attendiamo, il tempo della vita nuova, il tempo di una gioia,
il tempo di una famiglia degna di questo nome, il tempo di un lavoro
con cui guadagnare onestamente il pane per i nostri figli, il tempo
di relazioni fraterne,buone.
Domanda: Attraversare la città vuol dire costruire spazi di
prossimità. Che cosa si attende la gente da noi? E che cosa siamo in
grado di darle? Quali passi dobbiamo compiere perché la nostra
comunità sia più attenta e disponibile, capace di rispondere ai
bisogni reali delle per- sone?
Il settimo passo è
quello che Paolo e gli altri compiono quel sabato: “Quando arrivò
il sabato uscimmo fuori della porta della città in un luogo vicino
al fiume dove sembrava che ci fosse una preghiera. E sedutici
cominciammo a parlare alle donne che si erano
riunite”.Vuol dire,andare verso i timorati di Dio,l’andare verso gli uomini e le donne del nostrotempo e del nostro territorio, uomini e donne che hanno le loro
liturgie, i loro luoghi di culto, i loro luoghi per riunirsi… Il settimo passo è quindi il procedere, l’approssimarsi, il farsi
prossimo lì dove le persone vivono, incontrandole per quello che
sono. Camminare vuol dire uscire, uscire dalle città fortificate dei
nostri spazi sacri e delle nostre istituzioni pastorali; vuol dire
attraversare la città e stare con la gente mostrando con discrezione
e decisione la bontà promettente del vangelo.
Domanda: quali sono i passi da compiere perché la nostra comunità
diventi presenza viva sul territorio e riferimento per tutti? Che
cosa dobbiamo fare perché la nostra comunità sia realmente Chiesa
in uscita? Quanto siamo capaci di dialogare con il mondo che
sta“fuori”?
Infine l’ottavo passo. Lidia, essendo stata battezzata lei e
quelli della sua casa ci fece questa richiesta: “Se mi giudicate
fedele, credente nel Signore, venite ad abitare nella mia casa”.
Così come i due di Emmaus hanno forzato, hanno fatto forza a Gesù
perché hanno intuito che in Lui c’era il fuoco di Dio che
penetrava nelle viscere e faceva ardere il cuore, il corpo, i passi,
gli occhi, tutto, che la sua presenza era già una rinascita, era già
vita nuova, resurrezione anche per loro, e per questo lo hanno
forzato a “restare con loro”, così Lidia… Lei ha intuito che
in loro c’era la presenza del Signore Gesù, che loro erano il
corpo vivo oggi del Signore Gesù, l’unico che possa essere toccato
e fisicamente udito.
Domanda: che cosa “la mia casa”, che cosa “la mia esperienza di
credente”, che cosa “la mia storia di fedeltà a Gesù” può
offrire all’altro, alla fede altrui? Quando io dico all’altro che
in questo momentomista
seduto accanto“Vieniad
abitare nella mia casa” quale ali- mento, quale conforto, quale
protezione, quale riposo, quale benedizione la mia vita di fede può
rappresentare per la vita degli altri, in particolare per la vita dei
miei fratelli, dellemiesorelle,
nella comunitàcristiana?