SENZA LA DOMENICA NON POSSIAMO VIVERE
«Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta
notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19,8). Nella storia di
Elia i cristiani hanno riconosciuto una prefigurazione
dell’Eucaristia. Il pane che ha restituito vigore al profeta
scoraggiato e perseguitato è quel pane che Gesù ha spezzato nella
sosta di Emmaus, là dove si sono aperti gli occhi dei discepoli per
riconoscere la presenza di Gesù, risorto e vivo. Come Elia stremato
nel deserto, anche i preti e gli operatori pastorali segnalano
momenti di fatica, esperienze di frustrazione di fronte al molto
lavoro e ai risultati stentati, confessano il disagio esasperante
di fronte a un atteggiamento di pretesa da parte di coloro che si
accostano alle comunità con l’aspettativa che si faccia come
chiedono, che si dia loro quello di cui hanno bisogno. Lo spezzare
il pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere
l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria
della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo comandamento.
Già nelle comunità primitive le assemblee dei discepoli hanno
conosciuto degenerazioni e fraintendimenti, secondo la parola severa
di Paolo che rimprovera i Corinzi: «Il vostro non è più un
mangiare la cena del Signore» (1Cor 11,20).
Forse Paolo non risparmierebbe a noi analoghi rimproveri. Noi
popolo di pellegrini abbiamo
bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte
di gioia e di comunione, di forza e di speranza che possa sostenere
la fatica del cammino.
Frutto della celebrazione eucaristica devono essere, infatti, la
gioia e la comunione: la gioia che resiste nelle tribolazioni della
vita e fa intravedere a tutti che i cristiani sono il popolo della
Pasqua, il popolo dell’alleluia; la comunione che fa dei molti un
cuore solo e un’anima sola e semina nella storia un segno di
fraternità possibile, una comunità in cui «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è
maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal
3,28).
Perciò non possiamo evitare di domandarci come e se celebriamo la
cena del Signore. Come si spiega che la celebrazione della Messa,
in particolare della Messa domenicale, abbia perso la sua attrattiva?
Dove conduce il cammino di iniziazione cristiana che impegna tante
buone risorse e coinvolge tante ragazzi e tante famiglie, se alla sua
conclusione non crea la persuasione che “senza la domenica non
possiamo vivere”. La domenica si caratterizza per essere la festa
cristiana che ha la sua origine e il suo centro nell’incontro della
comunità radunata per lo spezzare del pane, per la celebrazione
eucaristica.
Forse
è tempo di reagire anche a una deriva che organizza i tempi del
lavoro senza aver alcuna attenzione alla sensibilità cristiana per
la domenica. Tale reazione,
però, sarebbe evidentemente improponibile e velleitaria se i
cristiani si dovessero riconoscere come sostanzialmente
indifferenti alle condizioni per partecipare alla Messa domenicale,
per favorire il ritrovarsi delle famiglie, per offrire l’occasione
per quella Pasqua settimanale, la festa che consente di ritrovare il senso del quotidiano.