CRESCE LUNGO IL CAMMINO IL SUO VIGORE
Una Chiesa in cammino, che non teme di
riformarsi e leggere i segni dei tempi per una testimonianza che si
fa gioia e speranza per gli uomini di oggi. La prima Lettera
pastorale dell’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, per la
riflessione di tutti, credenti e persone di buona volontà.Cresce
lungo il cammino il suo vigore.
Delpini sviluppa la sua proposta partendo dalla
«consapevolezza di essere la Chiesa in debito verso questo tempo e
questo mondo».
La lezione attuale di Montini
Una Lettera pastorale intrisa di ammirazione
per il suo predecessore Giovanni Battista Montini, più volte
richiamato come esempio da rilanciare e approfondire:
«Mentre ci prepariamo alla canonizzazione del
beato papa Paolo VI chiedo la sua intercessione perché la sua
preghiera ci accompagni. Invito a riprendere la sua testimonianza e
a rileggere i suoi testi, così intensi e belli, perché il nostro
sguardo su questo tempo sia ispirato dalla sua visione di Milano, del
mondo moderno e della missione della Chiesa».
Un coraggioso rinnovamento della Chiesa
Una Chiesa che si riforma sempre, che non si
siede sul già sperimentato, ma che vive pienamente il tempo: «Siamo
un popolo in cammino. Non ci siamo assestati tra le mura della città
che gli ingenui ritengono rassicurante, nella dimora che solo la
miopia può ritenere definitiva». Invita a «pensare e praticare con
coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa»,
perché «la Chiesa non assolutizza mai forme, assetti, strutture e
modalità della sua vita». E ancora: «Non ha fon- damento storico
né giustificazione ragionevole l’espressione “si è sempre fatto
così” che si propone talora come argomento per chiedere conferma
dell’inerzia e resiste- re alle provocazioni del Signore che
trovano eco nelle sfide presenti».
«Viviamo vigilando nell’attesa – continua
Delpini -. Viviamo pellegrini nel deserto. Non siamo i padroni
orgogliosi di una proprietà definitiva che qualche volta, evenualmente, accondiscende all’ospitalità; siamo piuttosto un popolo
in cammino nella precarietà nomade. Possiamo sopravvivere e
continuare la rischiosa traversata per- ché stringiamo alleanze,
invochiamo e offriamo aiuto, desideriamo incontri e speriamo benevolenza. Perciò i pellegrini, persuasi
dalla promessa, percorrono le vie faticose e promettenti, si
incontrano con altri pellegrini e si forma un’unica carovana: da
molte genti, da molte storie, da molte attese e non senza ferite, non
senza zavorre».
Per una Chiesa dalle genti
L’Arcivescovo richiama il cammino fin qui
svolto in occasione del Sinodo «Chiesa dalle genti», che si
concluderà il 3 novembre. Affronta il tema della ricchezza anche
ecclesiale che nasce dal dialogo di popoli e persone presenti a
Milano e inDiocesi:
«La Chiesa si riconosce “dalle genti” non
solo perché prende coscienza della mobilità umana, ma, in primo
luogo, perché, docile allo Spirito, sperimenta che non si dà
cammino del Popolo di Dio verso il monte dell’alleanza piena se non
dove, nel camminare insieme verso la medesima mèta, si apprende a
camminare gli uni verso gli altri. L’incontro, l’ascolto, la
condivisione permettono di valorizzare le differenze, lo specifico di
ciascuno, impongono di riconoscere i doni ricevuti dalla tradizione
di ciascuno».
Mettendo da parte paure, incomprensioni e muri
che oggi sembrano prevalere nel dibattito pubblico: «Non si può
immaginare perciò che il popolo in cammino viva di nostalgia e si
ammali di risentimento e di rivendicazioni, perché proprio per
questo si è deciso il pellegrinaggio, per uscire da una terra
straniera e da una condizione di schiavitù». Perciò «ci facciamo
compagni di cammino di fratelli e sorelle che incontriamo ogni
giorno nella vita; uomini e donne in ricerca, che non si accontentano
dell’immediato e della superficie delle cose».
In questo contesto i cristiani si devono porre
con la «predisposizione degli animi», che «significa la
disponibilità a percorsi di riflessione, preghiera, iniziative e
significa rinnovata docilità al vento amico dello Spirito che spinge
al largo, cioè all’audacia e alla fortezza, alla pazienza e alla
sapienza per delineare i tratti della Chiesa cattolica».
Giovani che non si scoraggiano
Un’attenzione particolare l’Arcivescovo la
dedica ai giovani, nell’anno nel quale si celebra il Sinodo dei
vescovi voluto da papa Francesco: «È tempo, io credo, di superare
quel senso di impotenza e di scoraggiamento, quello smarrimento e
quello scetticismo che sembrano paralizzare gli adulti e convincere
molti giovani a fare del tempo della loro giovinezza un tempo perso
tra aspettative improbabili, risentimenti amari, trasgressioni
capricciose, ambizioni aggressive: come se qualcuno avesse derubato
una generazione del suo futuro. La complessità dei problemi e le
incertezze delle prospettive occupazionali non bastano a
scoraggiare i credenti».