ABBIAMO
UN TESORO IN VASI DI COCCIO
«Portiamo
questo tesoro
in vasi di coccio, affinché
appaia che la
straordinaria sua forza proviene da Dio e non
da noi». 2Cor 4,7
Sarà
questa affermazione di San Paolo ad accompagnarci in questo nuovo
anno pastorale. Una pericope che ci invita a porci innanzi alla
rivelazione di Dio senza dimenticare l’umanità della chiesa.
Paolo
non sta parlando semplicemente di una sua
condizione personale, ma di tutti. Ne parla, infine, al plurale.
Vaso di coccio è ogni cristiano e l'intera comunità.
Il
vaso di terracotta è un vaso casalingo, umile, anche fragile,
che si utilizza ogni giorno. Non è come un vaso prezioso
che si pone in vetrina per essere ammirato. Fuori metafora: se Dio si
servisse soltanto di santi, sarebbe un'ovvietà!
Tutti immaginiamo che Dio — se davvero è Dio — dovrebbe agire
così.
E
invece si serve anche (e soprattutto) di uomini comuni,
fragili, persino di poca fede come i discepoli che si è
scelto e come noi. Sta qui la meraviglia che sorprende. Una
meraviglia che — come la meraviglia dell'Incarnazione a
cui rinvia — non cessa di stupire.
Se
il vaso fosse prezioso, attirerebbe
l'attenzione su di sé. Nella sua umiltà, invece, rinvia.
La sua debolezza è la sua trasparenza. La potenza del vangelo
si fa presente nell'inadeguatezza per rendere trasparente,
chiaro a tutti, che la sua efficacia viene da Dio, non
dagli uomini e dai loro strumenti.
È
un pensiero, questo,
che fa parte dell'essenza della vera fede e della vera testimonianza:
«Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se
non Gesù Cristo e questi crocifisso.
Io
venni in mezzo a voi in
debolezza
e
con molto timore e trepidazione, e la mia parola
e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza
umana ma sulla manifestazione di Dio e della
sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla
sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor
2,2-5).
Don
Andrea