venerdì 4 novembre 2016

INSIEME n° 236 - 6 novembre 2016 - anno 6° dall'entrata nella nuova Chiesa



FARE CARITÀ FARE MISERICORDIA

Celebrare la giornata caritas nell’anno della misericordia ci provoca a tenere insieme queste due istanze fondamentali della vita cristiana e vorrei con voi tracciare un breve percorso che ci conduca a recuperare il perché della carità in vista della misericordia.
Come sfondo teniamo il testo della parabola del buon samaritano entrando nel vivo del racconto … decisamente valido anche oggi.

Gesù in questa parabola ha superato a tal punto la visione negativa degli stranieri da proporre un samaritano, dunque uno straniero, un non-prossimo, come esempio di carità per il prossimo. Infatti nella parabola del buon samaritano è un non-prossimo, un non-israelita che è capace di usare misericordia, è uno che non appartiene al popolo di Dio, uno con cui non si intrattengono rapporti che è capace di provare compassione e di farsi prossimo a colui che è nel bisogno: non è il sacerdote, non è il levita, coloro cioè che insieme all’israelita formavano la triade che definiva la comunità di Israele (sacerdoti-leviti-popolo) e che dunque avrebbero dovuto mostrare il volto compassionevole di Dio!
Nell’insegnamento di Gesù le differenze etniche, culturali e religiose possono essere colmate mediante l’assunzione, munita di convinzione e intelligenza, di un preciso atteggiamento: “fare misericordia”, cioè partecipare a quei sentimenti e a quel comportamento che è tipico del dio di Israele, il dio misericordioso e compassionevole, il Dio che Gesù ha narrato con la sua vita. Se Dio prova compassione, anche gli uomini devono provare compassione gli uni verso gli altri, soprattutto verso chi è nel bisogno: l’indicativo di Dio è imperativo per l’uomo! L’insegnamento di Gesù sull’accoglienza degli stranieri trova però il suo apice rivelativo nella pagina evangelica sul giudizio finale: l’accoglienza fatta o rifiutata allo straniero apparirà, in quell’ora definitiva, fatta o rifiutata “a me”, dice il giudice escatologico, il Cristo veniente! … Sì lo straniero è l’altro che siamo chiamati ad ascoltare e ad accogliere come un amico e come un fratello datoci dal comune Padre, Dio; è l’altro che stabilisce quella distanza necessaria a permetterci di essere noi stessi in libertà; è l’altro cui dobbiamo permettere di essere se stesso in libertà. L’altro, lo straniero, è colui che ci parla di Dio e attraverso il quale  Dio ci parla, obbligandoci a uscire dal nostro egoismo, dalla nostra chiusura, per essere misericordiosi e compassionevoli, a immagine e somiglianza di Dio stesso. E non si dimentichi che quella dell’accoglienza dello straniero è una dimensione ordinaria e quotidiana per il cristiano, perché, come suggerisce la preghiera del Padre nostro, la fraternità è da viversi ogni giorno! 
Don Andrea