FARE CARITÀ FARE
MISERICORDIA
Celebrare la
giornata caritas nell’anno della misericordia ci provoca a tenere insieme
queste due istanze fondamentali della vita cristiana e vorrei con voi tracciare
un breve percorso che ci conduca a recuperare il perché della carità in vista
della misericordia.
Come sfondo teniamo il
testo della parabola del buon samaritano entrando nel vivo del racconto …
decisamente valido anche oggi.
Gesù in questa
parabola ha superato a tal punto la visione negativa degli stranieri da
proporre un samaritano, dunque uno straniero, un non-prossimo, come esempio
di carità per il prossimo. Infatti nella parabola del buon samaritano è un
non-prossimo, un non-israelita che è capace di usare misericordia, è uno che
non appartiene al popolo di Dio, uno con cui non si intrattengono rapporti che
è capace di provare compassione e di farsi prossimo a colui che è nel bisogno:
non è il sacerdote, non è il levita, coloro cioè che insieme all’israelita
formavano la triade che definiva la comunità di Israele
(sacerdoti-leviti-popolo) e che dunque avrebbero dovuto mostrare il volto
compassionevole di Dio!
Nell’insegnamento di
Gesù le differenze etniche, culturali e religiose possono essere colmate
mediante l’assunzione, munita di convinzione e intelligenza, di un preciso
atteggiamento: “fare misericordia”, cioè partecipare a quei sentimenti e a quel
comportamento che è tipico del dio di Israele, il dio misericordioso e
compassionevole, il Dio che Gesù ha narrato con la sua vita. Se Dio prova
compassione, anche gli uomini devono provare compassione gli uni verso gli
altri, soprattutto verso chi è nel bisogno: l’indicativo di Dio è imperativo
per l’uomo! L’insegnamento di Gesù sull’accoglienza degli stranieri trova però
il suo apice rivelativo nella pagina evangelica sul giudizio finale: l’accoglienza
fatta o rifiutata allo straniero apparirà, in quell’ora definitiva, fatta o
rifiutata “a me”, dice il giudice escatologico, il Cristo veniente! … Sì lo
straniero è l’altro che siamo chiamati ad ascoltare e ad accogliere come un
amico e come un fratello datoci dal comune Padre, Dio; è l’altro che stabilisce
quella distanza necessaria a permetterci di essere noi stessi in libertà; è
l’altro cui dobbiamo permettere di essere se stesso in libertà. L’altro, lo
straniero, è colui che ci parla di Dio e attraverso il quale Dio ci parla, obbligandoci a uscire dal
nostro egoismo, dalla nostra chiusura, per essere misericordiosi e
compassionevoli, a immagine e somiglianza di Dio stesso. E non si dimentichi
che quella dell’accoglienza dello straniero è una dimensione ordinaria e quotidiana
per il cristiano, perché, come suggerisce la preghiera del Padre nostro,
la fraternità è da viversi ogni giorno!
Don Andrea