venerdì 1 maggio 2015

INSIEME n° 176 - 3 Maggio 2015 - anno 5° dall'entrata nella nuova Chiesa

Cari amici e care amiche,
vorrei continuare a riflettere con voi su quello che abbiamo chiamato “il senso della presenza” dentro quelle che possiamo chiamare le condizioni dell’esperienza della fede, ovvero a quali condizioni la vita che io conduco è un’esperienza di fede? E dicevamo che, siccome ognuno di noi percepisce attraverso i sensi, siccome senza di essi noi non potremmo “sentire” la vita, così senza i “sensi spirituali”, senza il “sentire secondo lo Spirito” noi saremmo tagliati fuori dalla vita di fede. Il “senso della presenza” è la nostra capacità di tenere presente Gesù nel normale svolgersi della nostra giornata, quella che viene scandita dalle ore, dagli impegni, dagli incontri, dagli imprevisti. Questo senso permette di rendere la nostra giornata una specie di preghiera continua, e quei momenti nei quali stiamo direttamente alla presenza del Signore, fermandoci in silenzio, o davanti al Tabernacolo, o sotto il Crocifisso o in compagnia di una pagina del Vangelo, non risultano fini a se stessi, ma si espandono in tutta la giornata e fanno sì che ci si accorga pian piano che le ore, gli impegni, gli incontri, gli imprevisti, la giornata stessa, si “raccoglie” attorno alla presenza di Gesù. Questo “esercizio”, racchiuso nelle parole “cosa faresti Tu Gesù ora al mio posto?”, porta frutti di una profonda unità interiore: chi si esercita in questo modo nel senso della presenza, sperimenterà poco a poco che la sua giornata non sarà più frammentata, dispersa, piena di tante cose che non ce ne stanno più … In modo particolare inizierà a trascorrere giorni liberi dall’ansia di chi non riesce a fare tutto quello che c’è da fare. Non solo: chi si esercita così percepirà che cosa significa essere stabili, non sballottati dagli umori, un giorno sul melo un giorno sul pero, in balìa degli stati d’animo, sequestrati dalle opinioni degli altri. L’Uomo più stabile del mondo, Gesù, quando il lago era in tempesta dormiva tranquillo sulla barca (Mc 4,38)! Se Gesù è presente, di cosa dobbiamo aver paura? “Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me” dice il salmo 23(22), ma lo può dire ogni cristiano che vive la sua esistenza alla presenza di Gesù Risorto! San Paolo, addirittura, esclama: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31)! Infatti ogni nostra preghiera, ogni preghiera cristiana,  termina con l’Amen che è una parola che deriva da un termine ebraico che significa “io sto fermo e stabile”, quell’Amen che diciamo, spesso senza pensare, o magari non diciamo neanche, quando facciamo la Comunione: “con Te Gesù di cosa devo disperare? Con Te Gesù sono in una botte di ferro, sono solido nel mio cammino, stabile, non soggetto ad usura; anche se mi dovesse capitare di morire so che mi prendi con Te, non mi lasci andare nel nulla”. Allora posso vivere l’attimo presente, ogni attimo, ma non nel senso (errato) attribuito da sempre alla frase dell’antico letterato latino Orazio “carpe diem”: spremi l’attimo, godi, vivi l’attimo presente perché poi non c’è più nulla, o perlomeno subito dopo non ci potrebbe essere più nulla perché muori! Questo è il significato nella “cultura di massa”, consacrato dal film “L’attimo fuggente” di Peter Weir, ma irrispettoso della filosofia oraziana … Noi, invece, possiamo vivere l’attimo presente nel senso di gustarlo fino in fondo, perché è qui e ora che il Signore mi ama e io posso amarLo.    
                        Il vostro parroco