Cari
amici e care amiche,
vorrei continuare a riflettere con voi su
quello che abbiamo chiamato “il senso della presenza” dentro quelle che possiamo
chiamare le condizioni dell’esperienza della fede, ovvero a quali condizioni la
vita che io conduco è un’esperienza di fede? E dicevamo che, siccome ognuno di
noi percepisce attraverso i sensi, siccome senza di essi noi non potremmo
“sentire” la vita, così senza i “sensi spirituali”, senza il “sentire secondo
lo Spirito” noi saremmo tagliati fuori dalla vita di fede. Il “senso della
presenza” è la nostra capacità di tenere presente Gesù nel normale svolgersi della
nostra giornata, quella che viene scandita dalle ore, dagli impegni, dagli incontri,
dagli imprevisti. Questo senso permette di rendere la nostra giornata una
specie di preghiera continua, e quei momenti nei quali stiamo direttamente alla
presenza del Signore, fermandoci in silenzio, o davanti al Tabernacolo, o sotto
il Crocifisso o in compagnia di una pagina del Vangelo, non risultano fini a se
stessi, ma si espandono in tutta la giornata e fanno sì che ci si accorga pian
piano che le ore, gli impegni, gli incontri, gli imprevisti, la giornata
stessa, si “raccoglie” attorno alla presenza di Gesù. Questo “esercizio”,
racchiuso nelle parole “cosa faresti Tu Gesù ora al mio posto?”, porta frutti
di una profonda unità interiore: chi si esercita in questo modo nel senso della
presenza, sperimenterà poco a poco che la sua giornata non sarà più
frammentata, dispersa, piena di tante cose che non ce ne stanno più … In modo
particolare inizierà a trascorrere giorni liberi dall’ansia di chi non riesce a
fare tutto quello che c’è da fare. Non solo: chi si esercita così percepirà che
cosa significa essere stabili, non sballottati dagli umori, un giorno sul melo
un giorno sul pero, in balìa degli stati d’animo, sequestrati dalle opinioni
degli altri. L’Uomo più stabile del mondo, Gesù, quando il lago era in tempesta
dormiva tranquillo sulla barca (Mc 4,38)! Se Gesù è presente, di cosa dobbiamo
aver paura? “Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun
male, perché tu sei con me” dice il salmo 23(22), ma lo può dire ogni cristiano
che vive la sua esistenza alla presenza di Gesù Risorto! San Paolo,
addirittura, esclama: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31)!
Infatti ogni nostra preghiera, ogni preghiera cristiana, termina con l’Amen che è una parola che deriva
da un termine ebraico che significa “io sto fermo e stabile”, quell’Amen che
diciamo, spesso senza pensare, o magari non diciamo neanche, quando facciamo la
Comunione: “con Te Gesù di cosa devo disperare? Con Te Gesù sono in una botte
di ferro, sono solido nel mio cammino, stabile, non soggetto ad usura; anche se
mi dovesse capitare di morire so che mi prendi con Te, non mi lasci andare nel
nulla”. Allora posso vivere l’attimo presente, ogni attimo, ma non nel senso (errato)
attribuito da sempre alla frase dell’antico letterato latino Orazio “carpe
diem”: spremi l’attimo, godi, vivi l’attimo presente perché poi non c’è più
nulla, o perlomeno subito dopo non ci potrebbe essere più nulla perché muori!
Questo è il significato nella “cultura di massa”, consacrato dal film “L’attimo
fuggente” di Peter Weir, ma irrispettoso della filosofia oraziana … Noi,
invece, possiamo vivere l’attimo presente nel senso di gustarlo fino in fondo,
perché è qui e ora che il Signore mi ama e io posso amarLo.
Il
vostro parroco