Cari
amici e care amiche,
la maggior parte di noi ha in mente la
preghiera come una realtà “di cuore”, intima, personale … ed è anche così. Ma non solo. “Il senso
della presenza di Gesù”, il “rimanere” con Lui, l’esperienza della fede, è un’esperienza
“globalizzante”, che coinvolge tutte le dimensioni del nostro essere. La fede in
Gesù chiede “carne”, in opposizione ai rischi di un certo intellettualismo e di una certa
astrazione della fede stessa, sganciata dalla quotidianità.
Ed è una delle realtà più occultate della
nostra tradizione cristiana che ci mette al riparo da questi frequenti rischi:
udite, udite, il digiuno! Vediamo un po’ …
Noi ci cibiamo non solo per sostenere il
nostro corpo e le nostre forze fisiche: infatti il cibo, l’atto di nutrirci, riveste
una funzione simbolica grande, che va oltre “il mangiare”. Esso non ci richiama
solo la funzione del bisogno (devo mangiare altrimenti muoio), ma anche quella
del desiderio (“Non di solo pane vive l’uomo”, Dt 8,3; Mt 4,4). Allora, proprio
moderando con il digiuno l’appetito fisiologico noi ci possiamo allenare a
moderare altri numerosi “appetiti”: il desiderio di affetto, il desiderio di
relazione, il desiderio di felicità … Con il digiuno cristiano si impara a
distinguere il pane che mangiamo sulla nostra tavola (beneficio), dal Signore
(Benefattore) che ce lo dona ogni giorno insieme al pane della Parola, poiché
noi non siamo solo “stomaco”. Un esempio evidente è quello del momento in cui
il bambino impara a distinguere la sua mamma dal latte che lei gli dona dal suo
seno: il bambino passa dal naturale bisogno di alimentarsi alla percezione
del desiderio di una presenza benevola, che lo precede. La scelta del digiuno ci
aiuta a far vincere la comunione sul consumismo sfrenato e senza limiti, ci fa
contestare l’avidità che tanto allontana dagli altri. Il digiuno ci spinge a
riconoscere che la nostra verità non consiste in un “ammasso di cellule”, ma in
una originalissima alterità di anima e corpo. E se guardiamo la Bibbia, ci
accorgiamo che il digiuno è accompagnato dalla preghiera: digiunando, infatti,
il credente esprime il suo abbandono totale e fiducioso a Dio, il suo dipendere
da Lui, il suo essere creatura che da Lui proviene e che a Lui ritorna: nessuno
si può appropriare di Dio in modo immediato, “fusionale”, Dio rimane il “totalmente
altro”! Addirittura nel Vangelo, Gesù (che è stato condotto nel deserto dallo
Spirito per digiunare … Già questo fatto è assai eloquente!!!) associa il
digiuno dei discepoli alla loro attesa di Lui, lo Sposo, che ritornerà (Mc
2,20): il digiuno diviene il segno della certezza nella fede della venuta del
Signore, certezza che è oggetto di una sete, di un desiderio ben più radicale …
Ma, soprattutto, la Scrittura (Is 58,6) e poi Gesù, avvertono che il digiuno
può diventare anche una pratica ipocrita, un modo per sentirsi bravi davanti a
Dio! Ecco perché il digiuno deve sempre poterci convertire agli altri: esso non
è mai separato dalla misericordia, dalla carità, dalla elemosina. Non si tratta
mai di privarci soltanto di un boccone o di un dolce: il digiuno ci aiuta a
vigilare per non nutrirci di ingiustizia, di potere, di invidie, di maldicenze
e chiacchiere a spese del nostro “stare bene” o del nostro piacere di “far
andare la lingua”. Anche questo è … Quaresima.
Il
vostro parroco