Cari
amici e care amiche,
al termine dell’incontro di Lectio divina
una persona mi ha confidato: “non so più se ho fede!”. L’esclamazione esprime
una verità: se ci mettiamo seriamente “faccia a faccia” con il Gesù del
Vangelo, non con quello “delle nostre idee”, facciamo l’esperienza importante e fondamentale di non
sentirci mai arrivati nel nostro rapporto con Cristo, ovvero nella fede. Questa
esperienza, squisitamente cristiana, ci aiuta a farci una domanda altrettanto importante
e fondamentale: quali sono le condizioni di una autentica esperienza di fede?
Quando nella mia vita posso dire con serena convinzione: “la mia vita è una
esperienza di fede”? Ci possono
essere delle risposte sbrigative, immediate e quindi superficiali, risposte che
corrispondono anche a luoghi comuni, diventati ormai “terreno arido”, di fronte
ai quali è meglio lasciar perdere. Queste risposte frettolose spesso segnalano
che una persona non ha desiderio di mettersi in gioco e si esprimono
pressappoco così: “certo che la mia vita vive di fede, sono battezzato!”;
“certo che ho fede, ogni tanto vado a Messa!”; “logico che la fede per me è
importante, mi sono sposato in chiesa!”; “che problema c’è? Certo che sono
cristiano, ogni volta che passo davanti a una chiesa entro!”. Queste risposte,
certamente in “buona fede”, spontanee, e che non precludono un cammino, purtroppo
possono nascondere proprio l’assenza di una “evangelizzazione”, cioè del Vangelo
di Gesù, e quindi, paradossalmente, proprio della fede stessa! Infatti, è ormai
palese che “molte persone sono battezzate, ma non evangelizzate … Detto in
termini paradossali, sono catecumeni battezzati, se non addirittura pagani
battezzati” (W. Kasper, Il Vangelo della famiglia, pag. 11). Il “caso serio”,
allora, è proprio: “a quali condizioni è possibile l’esperienza della fede?”.
Senza andare alla ricerca di strane
rivelazioni, senza leggere nessun manuale, senza consultare saggi e neppure
intraprendere viaggi orientali, attingiamo dalla nostra tradizione spirituale che
da sempre ci consegna la sua straordinaria ricchezza.
All’inizio dell’anno nuovo abbiamo fatto la
preghiera cantata del “Veni Creator Spiritus”, l’inno allo Spirito Santo,
chiedendo la “sua visita” nell’intimo dei credenti: “Discendi
Santo Spirito, le nostre menti illumina”. Le “menti” non sono semplicemente “i cervelli”,
la facoltà intellettiva! La “mente” è la mentalità, è il “modo” di pensare, di
agire, di vivere … Infatti, in un’altra strofa dell’inno si chiede allo Spirito
di “illuminare i sensi” (“i nostri sensi illumina”): questo dei “sensi” è - forse – il livello
della mentalità più importante! Lo Spirito Santo, insomma, deve accendere le
menti anzitutto in questa “zona speciale” che sono i sensi!
Ognuno di noi vive di “sensazioni”, poiché tutti
noi percepiamo la vita attraverso i sensi: udito, tatto, gusto, vista, olfatto
… Noi non potremmo “sentire” di vivere senza di essi, saremmo come tagliati
fuori dalla vita stessa. Lo Spirito deve accendere i lumi nei nostri sensi
affinché noi possiamo “sentire” secondo lo Spirito di Gesù e di Dio. Ecco,
dunque, quali sono le condizioni dell’esperienza di fede: avere dei sensi “illuminati”, sensi
“spirituali”, ovvero che “sentono” ciò che è “di Gesù”, che sentono ciò che non
è suo, ciò che è contrario a Lui e a Dio. Lo Spirito deve poter raggiungere e
visitare i nostri sensi, illuminarli e renderli “spirituali”, cioè “sensibili”
a ciò che è di Gesù e di Dio, capaci di percepire “spiritualmente”, capaci di
fede, per essere donne e uomini di fede. Ma su questo continueremo …
Il
vostro parroco