giovedì 29 gennaio 2015

INSIEME n° 163 - 1 Febbraio 2015 - anno 4° dall'entrata nella nuova Chiesa

Cari amici e care amiche,
al termine dell’incontro di Lectio divina una persona mi ha confidato: “non so più se ho fede!”. L’esclamazione esprime una verità: se ci mettiamo seriamente “faccia a faccia” con il Gesù del Vangelo, non con quello “delle nostre idee”, facciamo  l’esperienza importante e fondamentale di non sentirci mai arrivati nel nostro rapporto con Cristo, ovvero nella fede. Questa esperienza, squisitamente cristiana, ci aiuta a farci una domanda altrettanto importante e fondamentale: quali sono le condizioni di una autentica esperienza di fede? Quando nella mia vita posso dire con serena convinzione: “la mia vita è una esperienza di fede”? Ci possono essere delle risposte sbrigative, immediate e quindi superficiali, risposte che corrispondono anche a luoghi comuni, diventati ormai “terreno arido”, di fronte ai quali è meglio lasciar perdere. Queste risposte frettolose spesso segnalano che una persona non ha desiderio di mettersi in gioco e si esprimono pressappoco così: “certo che la mia vita vive di fede, sono battezzato!”; “certo che ho fede, ogni tanto vado a Messa!”; “logico che la fede per me è importante, mi sono sposato in chiesa!”; “che problema c’è? Certo che sono cristiano, ogni volta che passo davanti a una chiesa entro!”. Queste risposte, certamente in “buona fede”, spontanee, e che non precludono un cammino, purtroppo possono nascondere proprio l’assenza di una “evangelizzazione”, cioè del Vangelo di Gesù, e quindi, paradossalmente, proprio della fede stessa! Infatti, è ormai palese che “molte persone sono battezzate, ma non evangelizzate … Detto in termini paradossali, sono catecumeni battezzati, se non addirittura pagani battezzati” (W. Kasper, Il Vangelo della famiglia, pag. 11). Il “caso serio”, allora, è proprio: “a quali condizioni è possibile l’esperienza della fede?”.
Senza andare alla ricerca di strane rivelazioni, senza leggere nessun manuale, senza consultare saggi e neppure intraprendere viaggi orientali, attingiamo dalla nostra tradizione spirituale che da sempre ci consegna la sua straordinaria ricchezza.
All’inizio dell’anno nuovo abbiamo fatto la preghiera cantata del “Veni Creator Spiritus”, l’inno allo Spirito Santo, chiedendo la “sua visita” nell’intimo dei credenti: “Discendi Santo Spirito, le nostre menti illumina”. Le “menti” non sono semplicemente “i cervelli”, la facoltà intellettiva! La “mente” è la mentalità, è il “modo” di pensare, di agire, di vivere … Infatti, in un’altra strofa dell’inno si chiede allo Spirito di “illuminare i sensi” (“i nostri sensi illumina”): questo dei “sensi” è - forse – il livello della mentalità più importante! Lo Spirito Santo, insomma, deve accendere le menti anzitutto in questa “zona speciale” che sono i sensi!
Ognuno di noi vive di “sensazioni”, poiché tutti noi percepiamo la vita attraverso i sensi: udito, tatto, gusto, vista, olfatto … Noi non potremmo “sentire” di vivere senza di essi, saremmo come tagliati fuori dalla vita stessa. Lo Spirito deve accendere i lumi nei nostri sensi affinché noi possiamo “sentire” secondo lo Spirito di Gesù e di Dio. Ecco, dunque, quali sono le condizioni dell’esperienza di  fede: avere dei sensi “illuminati”, sensi “spirituali”, ovvero che “sentono” ciò che è “di Gesù”, che sentono ciò che non è suo, ciò che è contrario a Lui e a Dio. Lo Spirito deve poter raggiungere e visitare i nostri sensi, illuminarli e renderli “spirituali”, cioè “sensibili” a ciò che è di Gesù e di Dio, capaci di percepire “spiritualmente”, capaci di fede, per essere donne e uomini di fede. Ma su questo continueremo …
                        Il vostro parroco