Cari
amici e care amiche,
la
continuazione della riflessione sul numero 50 del mio compleanno si intreccia
con la festa liturgica della commemorazione di tutti i fedeli defunti. E
confesso che, guardando a questa ricorrenza, il pensiero di “quanti anni mi
mancano” mi è venuto! Subito, soprattutto chi sente del bene per me, mi
risponde: “neppure si pensano queste cose!!! Sei giovane!”. Io ringrazio,
perché è certamente un segno di affetto desiderare che io viva ancora e a
lungo, anche io me lo auguro. Ma ognuno, sia io sia chi mi rincuora, sa che la
realtà è un’altra…
Sembra,
infatti, che anche solo anticipare il pensiero della propria morte non sia
soltanto sconveniente, ma assolutamente vietato, senza che ci sia una legge che
lo proibisca!
Eppure – ad esempio
– il filosofo Martin Heidegger nel suo testo di maggior impatto sulla cultura e
sul pensiero del Novecento: “Essere e tempo”, afferma che solo nell’anticipare
il pensiero della propria morte un essere umano acquista la sua piena autenticità.
Nel dire a me stesso “io morirò”, e non semplicemente “si muore” oppure
“l’essere umano è destinato alla morte”, si può acquisire una posizione
realistica nei confronti del mondo e del proprio singolare destino in esso.
Certo che non è normale fare questa operazione, per tanti motivi, umanamente
comprensibili, ma anche culturali: la ricerca medico-scientifica infatti ci ha
concesso di innalzare l’età media, per cui la morte è una specie di malattia da
eliminare. Naturalmente, allora, parlare della morte come processo naturale,
diventa sempre più raro e difficile. I bambini rimangono sconcertati da frasi
consolatorie come: “è andato in cielo” (ma
non poteva stare qui ancora un po’?); “Dio aveva bisogno di lui” (ma perché proprio lui?); “era troppo
bravo e Dio se l’è preso con sé” (da domani
farò il troppo cattivo!)… E noi adulti sempre più imbarazzati a spiegare
questa tremenda realtà… La morte non ha più niente da dire e non orienta più
nessuno, né riesce a dare contenuto all’esistenza umana. Anche nel suo habitat naturale
– i manifesti funebri - la morte è stata espulsa, nessuno più muore: scompaiono,
compiono l’ultimo viaggio, si accomiatano, si spengono, finiscono il loro
percorso esistenziale, ma… “non muoiono”…
Ho letto una affermazione di un bravo monaco della comunità di Bose che
scriveva proprio riguardo questo “esorcismo verbale” della morte: “la morte,
grande maestra, viene fatta scendere dalla cattedra e spedita con vergogna
dietro la lavagna”. Mi piacerebbe, allora, grazie ai 50 anni suonati, comprendere
che la mia vita è come se durasse un giorno, e ciò che sono e faccio arriverà
fino a sera e non oltre; mi piacerebbe non far finta che il tempo non scorra
verso la mia sera e che proprio questa consapevolezza, questa dimensione
interiore, mi aiutasse a considerarmi irripetibile e a cercare il mio stile di
stare in questo mondo; mi piacerebbe che quando la notte calerà con le sue
stelle, io godessi di quanto ho creduto qui, grazie a Gesù.
So, infatti,
fin d’ora che - anche allora - sarò in buone mani…
(fine seconda parte)