giovedì 30 ottobre 2014

INSIEME n° 150 - 2 Novembre 2014 - anno 4° dall'entrata nella nuova Chiesa

    Cari amici e care amiche,
la continuazione della riflessione sul numero 50 del mio compleanno si intreccia con la festa liturgica della commemorazione di tutti i fedeli defunti. E confesso che, guardando a questa ricorrenza, il pensiero di “quanti anni mi mancano” mi è venuto! Subito, soprattutto chi sente del bene per me, mi risponde: “neppure si pensano queste cose!!! Sei giovane!”. Io ringrazio, perché è certamente un segno di affetto desiderare che io viva ancora e a lungo, anche io me lo auguro. Ma ognuno, sia io sia chi mi rincuora, sa che la realtà è un’altra…
Sembra, infatti, che anche solo anticipare il pensiero della propria morte non sia soltanto sconveniente, ma assolutamente vietato, senza che ci sia una legge che lo proibisca!
Eppure – ad esempio – il filosofo Martin Heidegger nel suo testo di maggior impatto sulla cultura e sul pensiero del Novecento: “Essere e tempo”, afferma che solo nell’anticipare il pensiero della propria morte un essere umano acquista la sua piena autenticità. Nel dire a me stesso “io morirò”, e non semplicemente “si muore” oppure “l’essere umano è destinato alla morte”, si può acquisire una posizione realistica nei confronti del mondo e del proprio singolare destino in esso. Certo che non è normale fare questa operazione, per tanti motivi, umanamente comprensibili, ma anche culturali: la ricerca medico-scientifica infatti ci ha concesso di innalzare l’età media, per cui la morte è una specie di malattia da eliminare. Naturalmente, allora, parlare della morte come processo naturale, diventa sempre più raro e difficile. I bambini rimangono sconcertati da frasi consolatorie come: “è andato in cielo” (ma non poteva stare qui ancora un po’?); “Dio aveva bisogno di lui” (ma perché proprio lui?); “era troppo bravo e Dio se l’è preso con sé” (da domani farò il troppo cattivo!)… E noi adulti sempre più imbarazzati a spiegare questa tremenda realtà… La morte non ha più niente da dire e non orienta più nessuno, né riesce a dare contenuto all’esistenza umana. Anche nel suo habitat naturale – i manifesti funebri - la morte è stata espulsa, nessuno più muore: scompaiono, compiono l’ultimo viaggio, si accomiatano, si spengono, finiscono il loro percorso esistenziale, ma… “non muoiono”… Ho letto una affermazione di un bravo monaco della comunità di Bose che scriveva proprio riguardo questo “esorcismo verbale” della morte: “la morte, grande maestra, viene fatta scendere dalla cattedra e spedita con vergogna dietro la lavagna”. Mi piacerebbe, allora, grazie ai 50 anni suonati, comprendere che la mia vita è come se durasse un giorno, e ciò che sono e faccio arriverà fino a sera e non oltre; mi piacerebbe non far finta che il tempo non scorra verso la mia sera e che proprio questa consapevolezza, questa dimensione interiore, mi aiutasse a considerarmi irripetibile e a cercare il mio stile di stare in questo mondo; mi piacerebbe che quando la notte calerà con le sue stelle, io godessi di quanto ho creduto qui, grazie a Gesù.
So, infatti, fin d’ora che - anche allora - sarò in buone mani…
(fine seconda parte)
                        Il vostro parroco