Cari
amici e care amiche,
la diagnosi
che tutti facciamo di quest’estate è quella di un’estate strana, anomala, a
causa della prevalenza di giorni brutti, piovosi, freddi… Una diagnosi corale e
indiscutibile, tant’è che ognun ne parla…
Anche perché
noi siamo assai abituati a fare… “diagnosi”! Una parola che – come tante in
italiano – derivano dal greco diàgnosis che
significa “giudizio”, “valutazione”. Siamo proprio portati a diagnosticare, a giudicare, a denunciare…
Certo, su alcune questioni non si può tacere: ma non sono già in tanti (troppi)
a stigmatizzare questo mondo che non funziona? Ora ci si mette anche l’estate! E’
finita anche lei nella grande pentola ribollente delle cose che non vanno, peraltro
facilmente diagnosticabili… Forse il cristiano, il discepolo di Gesù, non
potrebbe aiutare, invece, a scorgere che c’è un Bene al lavoro da tanto? Certo,
non è sempre facile, anzi… Dedicarsi alla denuncia con costanza e abitudine uccide
la speranza… Non solo. Gli esperti dicono che noi viviamo in una “cultura della
diagnosi”, ovvero dove è più facile (non facile) parlare, parlare, parlare
(denunciare, denunciare, denunciare –
giudicare, giudicare, giudicare, etc etc ) senza – così - lasciarsi troppo interpellare,
senza esserne più di tanto coinvolti: uno può tranquillamente tornare agli affari
suoi dopo “aver diagnosticato”, appunto…
Più
impegnativa, invece, è la “cultura della cura”, della “terapia”: questo modo di
intendere, infatti, al contrario della diagnosi, “ti porta dentro”, non ti
lascia indenne, ti prende… Un dottore ti
dice che hai un brutto male (diagnosi) e poi se ne va a casa sua, il suo
compito è finito lì. Ma non finisce lì se il dottore accetta la sfida della
cura e della terapia con te, si lascia coin volgere, senza sapere per quanto
tempo…!
Allora: è troppo
facile diagnosticare che è stata un’estate strana; più difficile dire perché è
stata – comunque - per un discepolo di Gesù, sicuramente una buona estate. Che tra l’altro non è finita…