giovedì 15 maggio 2014

INSIEME n° 136 - 18 Maggio 2014 - anno 4° dall'entrata nella nuova Chiesa

       Cari amici e care amiche,
anche io – come tanti altri – ho incontrato da vicino un santo! Eravamo nella tarda mattinata del 21 maggio 1983 nel Seminario di Venegono inferiore dove studiavo. Giovanni Paolo II, giunto a Milano nel pomeriggio del giorno precedente per partecipare alle giornate conclusive del XX Congresso eucaristico nazionale,  nelle prime ore della mattina era stato in Brianza, a Desio: aveva visitato la casa natale di Pio XI e poi, in elicottero, accompagnato dal cardinale Carlo Maria Martini, era giunto sul colle del seminario. Avrebbe celebrato la Messa con presbiteri, sacerdoti e religiosi convenuti lì da tutta la Diocesi, dalla Lombardia e da ogni parte d’Italia. Conservo ancora una foto di quella Eucarestia nel mio studio. A quella Messa io non partecipai poiché, come tutti i seminaristi, tutti in fibrillazione per l’evento, avevamo un compito: e il mio era quello di stare “di guardia” a uno dei due ascensori dai quali sarebbero transitate autorità civili e religiose per accedere in seminario. Siccome avrei saltato la Messa con il Papa, come ricompensa ebbi il privilegio di mangiare insieme a Lui nel refettorio con i superiori e pochi altri. Ma il punto non è questo… Il Papa e il suo seguito, dopo pranzo, andarono nelle camere per rinfrescarsi perché alle 15.00 sarebbero ripartiti alla volta di Monza per incontrare i giovani e quindi a Sesto San Giovanni dove lo attendevano i lavoratori. Ed ecco che fui precettato non solo per accompagnare il seguito nelle camere, ma anche per attendere il Papa al famigerato ascensore di cui io ero il responsabile! Mentre avevo già la porta dell’ascensore aperta vedevo il Papa che dal fondo del corridoio avanzava per raggiungere l’ascensore e… me! Continuavo a pensare velocemente qualche parola da dirgli: l’occasione era unica, non mi sarebbe mai più capitato in vita una cosa del genere – mi ripetevo – e quindi non dovevano essere parola banali, le solite parole, non basta un saluto… E poi che saluto? Salve? Ciao? Buon pomeriggio? Volevo dirGli il mio nome… Mi sarebbe piaciuto dirGli di pregare per me o che io pregavo per Lui… Che confusione che scatena l’emozione! Negli ultimi secondi fui costretto a decidere per addivenire ad una soluzione verbale non scontata: la soluzione partorita fu quella di una professione di fede esplicita, secca… Decisi che gli avrei detto: TU SEI PIETRO… Negli ultimi momenti prima del faccia a faccia c’era anche un altro problema da risolvere, non indifferente: la postura. Rigido e impeccabile oppure sciolto e spavaldo? Rituale o con il rischio di apparire irriverente? Un disastro… Venne il momento e quello della postura fu un problema totalmente irrilevante perché trovarsi “vicini vicini” al Papa immise un’adrenalina così forte che anche le parole decise divennero: VIVA PIETRO! Karol mi guardò sorpreso e sconcertato, mi strinse amichevolmente a sé e mi sussurò: SI! VIVA! VIVA! Lo salutai dalla porta che gli avevo chiuso e corsi alla finestra per vedere l’elicottero che si alzava. Quella sera mi sentivo un po’ ridicolo per quelle parole dette al Papa… Però da quel giorno penso sempre che se Gesù ha scelto un giorno quel pescatore irruento per appoggiare su di Lui la Chiesa, inneggiare a Pietro - VIVA! -  è la maniera più bella per ringraziare Gesù per il fatto che i nostri peccati non hanno mai bloccato il suo Amore…
                    Il vostro parroco