Cari
amici e care amiche,
anche io –
come tanti altri – ho incontrato da vicino un santo! Eravamo nella tarda mattinata del 21 maggio 1983 nel Seminario di Venegono
inferiore dove studiavo. Giovanni Paolo II, giunto a Milano nel pomeriggio del
giorno precedente per partecipare alle giornate conclusive del XX Congresso
eucaristico nazionale, nelle prime ore
della mattina era stato in Brianza, a Desio: aveva visitato la casa natale di
Pio XI e poi, in elicottero, accompagnato dal cardinale Carlo Maria Martini,
era giunto sul colle del seminario. Avrebbe celebrato la Messa con presbiteri,
sacerdoti e religiosi convenuti lì da tutta la Diocesi, dalla Lombardia e da
ogni parte d’Italia. Conservo ancora una foto di quella Eucarestia nel mio
studio. A quella Messa io non partecipai poiché, come tutti i seminaristi,
tutti in fibrillazione per l’evento, avevamo un compito: e il mio era quello di
stare “di guardia” a uno dei due ascensori dai quali sarebbero transitate
autorità civili e religiose per accedere in seminario. Siccome avrei saltato la
Messa con il Papa, come ricompensa ebbi il privilegio di mangiare insieme a Lui
nel refettorio con i superiori e pochi altri. Ma il punto non è questo… Il Papa
e il suo seguito, dopo pranzo, andarono nelle camere per rinfrescarsi perché
alle 15.00 sarebbero ripartiti alla volta di Monza per incontrare i giovani e
quindi a Sesto San Giovanni dove lo attendevano i lavoratori. Ed ecco che fui
precettato non solo per accompagnare il seguito nelle camere, ma anche per
attendere il Papa al famigerato ascensore di cui io ero il responsabile! Mentre
avevo già la porta dell’ascensore aperta vedevo il Papa che dal fondo del corridoio
avanzava per raggiungere l’ascensore e… me! Continuavo a pensare velocemente
qualche parola da dirgli: l’occasione era unica, non mi sarebbe mai più capitato
in vita una cosa del genere – mi ripetevo – e quindi non dovevano essere parola
banali, le solite parole, non basta un saluto… E poi che saluto? Salve? Ciao?
Buon pomeriggio? Volevo dirGli il mio nome… Mi sarebbe piaciuto dirGli di
pregare per me o che io pregavo per Lui… Che confusione che scatena l’emozione!
Negli ultimi secondi fui costretto a decidere per addivenire ad una soluzione
verbale non scontata: la soluzione partorita fu quella di una professione di
fede esplicita, secca… Decisi che gli avrei detto: TU SEI PIETRO… Negli ultimi
momenti prima del faccia a faccia c’era anche un altro problema da risolvere,
non indifferente: la postura. Rigido e impeccabile oppure sciolto e spavaldo?
Rituale o con il rischio di apparire irriverente? Un disastro… Venne il momento
e quello della postura fu un problema totalmente irrilevante perché trovarsi
“vicini vicini” al Papa immise un’adrenalina così forte che anche le parole
decise divennero: VIVA PIETRO! Karol mi guardò sorpreso e sconcertato, mi
strinse amichevolmente a sé e mi sussurò: SI! VIVA! VIVA! Lo salutai dalla
porta che gli avevo chiuso e corsi alla finestra per vedere l’elicottero che si
alzava. Quella sera mi sentivo un po’ ridicolo per quelle parole dette al Papa…
Però da quel giorno penso sempre che se Gesù ha scelto un giorno quel pescatore
irruento per appoggiare su di Lui la Chiesa, inneggiare a Pietro - VIVA! - è la maniera più bella per ringraziare Gesù per
il fatto che i nostri peccati non hanno mai bloccato il suo Amore…
Il
vostro parroco