giovedì 7 novembre 2013

INSIEME n° 109 - 10 Novembre 2013 - anno 3° dall'entrata nella nuova Chiesa




        Cari amici e care amic he,

le parole di Papa Francesco che vi ho ricordato la scorsa settimana, ci fanno pensare: chiacchiere e pettegolezzi paragonati ad armi criminose; la malalingua equiparata a un modo di uccidere; il cristiano che sparla è come un omicida… E Francesco dice che non lo dice Lui, ma Gesù! Io ho avuto materiale abbondante per la mia confessione…

E se ben riflettiamo è veramente fin troppo facile giudicare e condannare gli altri, anche finita la Messa, anche dopo un bel Rosario, anche al termine di una preghiera… E’, forse, il peccato per eccellenza della vita comunitaria, sia essa una famiglia, un gruppo, una associazione, la Chiesa… Gesù ci dice di non condannare e non giudicare (che non ha niente a che fare con l’essere fessi o l’accettare passivamente il male…).

Se sparliamo spesso lo facciamo perché in noi c’è qualcosa di cui ci sentiamo un po’ colpevoli e che non vogliamo guardare o lasciar vedere agli altri. Quello che nelle antiche confessioni veniva chiamato il “giudizio temerario” è in fondo un rifiuto dell’altro a cui poi, magari, davanti facciamo “la bella faccia”, mentre “dietro” lo abbiamo denigrato davanti ad altri, abbiamo inventato cose su di lui a partire da un “sentito dire”, lo abbiamo giudicato senza mai aver parlato direttamente con lui… Ci capita di giudicare troppo rapidamente le persone, il loro modo di parlare, i discorsi, i loro atti, la maniera con cui esercitano la loro autorità o il loro compito, senza ben conoscere fatti e circostanze, il contesto e le problematiche. La nostra propensione è quella di sottolineare le imperfezioni degli altri, cercando invece per noi una scusa legata a circostanze esterne  (l’aria, la società, la Chiesa, gli altri …) o a legittimazioni razionali (stanchezza e stress, mancanza di tempo etc etc): difficilmente evidenziamo quanto negli altri è positivo e costruttivo! Facciamo fatica ad ascoltare gli altri, ad apprezzarli, e basta poco per umiliarli e subito dopo – magari - esaltarli! Tutti possiamo anche avere paura di certe persone, delle loro idee, sentirci lontani da ciò che dicono o scelgono per sé e per gli altri: ma allora perché parliamo di loro? Perché sparliamo? Questa è una domanda che mi sono fatto. La mia risposta è che spesso si parla a partire dalla superficie o si parla a partire dal nostro disagio interiore, dalle nostre ferite. Allora parliamo a sproposito per cercare di provare che si è qualcuno; per paura di non essere riconosciuti; per paura di perdere qualcosa. A volte anche la nostra voce può rivelare una rabbia inconscia o un bisogno di dominare e controllare gli altri o la tensione dovuta a un nostro problema.
Poi se si aggiunge il fatto che il nostro animo entra raramente a contatto con la Parola di Dio, non ci si può tanto stupire se la chiacchiera e il giudizio temerario diventano… uno sport! Non sentiamo neanche di essere “cristiani omicidi”, anzi…!!! Invece, l’esperienza profonda di sentirci amati da Dio, proprio nelle nostre ferite, ci aiuterebbe a dominare i nostri istinti e a volatilizzare le chiacchiere prima che… “uccidano”…
                               
                        Il vostro parroco