Cari amici e care amic he,
le
parole di Papa Francesco che vi ho ricordato la scorsa settimana, ci fanno
pensare: chiacchiere e pettegolezzi paragonati ad armi criminose; la malalingua
equiparata a un modo di uccidere; il cristiano che sparla è come un omicida… E
Francesco dice che non lo dice Lui, ma Gesù! Io ho avuto materiale abbondante
per la mia confessione…
E
se ben riflettiamo è veramente fin troppo facile giudicare e condannare gli
altri, anche finita la Messa, anche dopo un bel Rosario, anche al termine di
una preghiera… E’, forse, il peccato per eccellenza della vita comunitaria, sia
essa una famiglia, un gruppo, una associazione, la Chiesa… Gesù ci dice di non
condannare e non giudicare (che non ha niente a che fare con l’essere fessi o
l’accettare passivamente il male…).
Se
sparliamo spesso lo facciamo perché in noi c’è qualcosa di cui ci sentiamo un
po’ colpevoli e che non vogliamo guardare o lasciar vedere agli altri. Quello
che nelle antiche confessioni veniva chiamato il “giudizio temerario” è in
fondo un rifiuto dell’altro a cui poi, magari, davanti facciamo “la bella
faccia”, mentre “dietro” lo abbiamo denigrato davanti ad altri, abbiamo
inventato cose su di lui a partire da un “sentito dire”, lo abbiamo giudicato
senza mai aver parlato direttamente con lui… Ci capita di giudicare troppo
rapidamente le persone, il loro modo di parlare, i discorsi, i loro atti, la
maniera con cui esercitano la loro autorità o il loro compito, senza ben
conoscere fatti e circostanze, il contesto e le problematiche. La nostra
propensione è quella di sottolineare le imperfezioni degli altri, cercando
invece per noi una scusa legata a circostanze esterne (l’aria, la società, la Chiesa, gli altri …)
o a legittimazioni razionali (stanchezza e stress, mancanza di tempo etc etc):
difficilmente evidenziamo quanto negli altri è positivo e costruttivo! Facciamo
fatica ad ascoltare gli altri, ad apprezzarli, e basta poco per umiliarli e
subito dopo – magari - esaltarli! Tutti possiamo anche avere paura di certe
persone, delle loro idee, sentirci lontani da ciò che dicono o scelgono per sé
e per gli altri: ma allora perché parliamo di loro? Perché sparliamo? Questa è
una domanda che mi sono fatto. La mia risposta è che spesso si parla a partire
dalla superficie o si parla a partire dal nostro disagio interiore, dalle
nostre ferite. Allora parliamo a sproposito per cercare di provare che si è
qualcuno; per paura di non essere riconosciuti; per paura di perdere qualcosa.
A volte anche la nostra voce può rivelare una rabbia inconscia o un bisogno di
dominare e controllare gli altri o la tensione dovuta a un nostro problema.
Poi se
si aggiunge il fatto che il nostro animo entra raramente a contatto con la
Parola di Dio, non ci si può tanto stupire se la chiacchiera e il giudizio
temerario diventano… uno sport! Non sentiamo neanche di essere “cristiani
omicidi”, anzi…!!! Invece, l’esperienza profonda di sentirci amati da Dio, proprio
nelle nostre ferite, ci aiuterebbe a dominare i nostri istinti e a
volatilizzare le chiacchiere prima che… “uccidano”…
Il
vostro parroco