Cari amici e care
amiche,
visitando
gli ammalati e dialogando a tutto campo con loro capita – chissà perché - di
parlare di Paradiso, di Purgatorio e… dell’inferno! E’ il “luogo” che deve
poter esistere, sicuramente in via teorica, ipotetica, per ammettere che l’uomo sia così libero, e
davvero libero, da scegliere deliberatamente e consapevolmente non solo di vivere,
ma anche di morire senza Amore…
Sicuramente
un luogo che non fa per me… Neppure per Dio, penso… Altrettanto sicuramente,
secondo la parola di Gesù, però “verremo giudicati sull’amore”, perché ci sarà
un “giudizio” sulla mia vita, alla fine…
Eppure,
Dante, il nostro straordinario poeta, nella sua Divina Commedia, a un certo
punto dice che per l’anima umana ci può essere un destino peggiore dell’inferno!
Lui descrive queste anime sventurate prigioniere nella terra di nessuno, che
vagano in cerchio “come la rena quando turbo spira” (come la sabbia quando
soffia il vento) e senza sosta sono continuamente sbattute in tondo e gridano
con voce roca e insistente di poter entrare… all’inferno! Ma l’inferno non le
vuole!!! E, dice Dante, sono le anime di coloro “che mai furon vivi”… Che cosa
mai questa sciagura voglia dire non lo so: capisco che se lassù neppure
l’inferno le accoglie la cosa è grave! Una cosa grave accaduta quaggiù: quella
di non aver vissuto, ovvero una vita senza appartenere a qualcuno, senza una
fede in cui radicarsi o una vale l’altra, una vita che non ha mai difeso
qualcosa, che per paura o per una malintesa tolleranza, tutto è stato
indifferente, che non ha mai voluto fare del male a nessuno. Cielo e inferno,
secondo Dante, di queste vite non se ne fanno niente: ruotano intorno alla
terra di nessuno, vorticosamente, con lo spasmo di trovare finalmente una
patria, un posto cui appartenere foss’anche … l’inferno! Ma che brutta cosa!
Vorrei,
Signore, intanto che sono quaggiù, che tu mi aiutassi, prima di morire, ad…
essere vivo!
Il vostro parroco