Cari amici e care
amiche,
in occasione
della giornata diocesana della Caritas, l’11 novembre, festa liturgica di
Cristo Re, rinnoveremo il mandato a tutti coloro che nella nostra Comunità
danno forma al volontariato. Non solo i volontari e le volontarie del gruppo
Caritas della nostra parrocchia, ma anche tutti quelli che in qualche modo
offrono energie e tempo agli altri: TUTTI, proprio tutti, nessuno escluso…
Nessuno quindi, proprio nessuno, si ritenga non invitato solo per il fatto che
non ha ricevuto un esplicito invito, scritto o personale… La consapevolezza di
essere “volontario” deve poter bastare… Incomincerei da qui per esprimere
qualche pensiero sul volontariato: dalla parola, dalla sua radice, ovvero
“volontà”. Questo è anzitutto il volontario: una volontà di bene. Non basta
parlarne, desiderarlo, auspicarlo: il bene va fatto! E per farlo bisogna che
esso passi attraverso la volontà, cioè attraverso un deliberato consenso della
mia persona a renderlo effettivo, pratico e concreto. Quanti volontari la
Comunità può attualmente annoverare! GRAZIE! Quanti volontari sui quali la
nostra parrocchia nel corso della sua storia ha potuto contare: GRAZIE a tutti
quelli che hanno “fatto del bene”! Essi hanno contribuito a innescare nel
quartiere una sorta di “epidemia” che contagia particolarmente gli sfiduciati e
dice loro: “guarda che il bene è sempre possibile farlo, il bene trova sempre
la strada”.
Un altro
pensiero: il bene non ha colore, razza, religione… Anche chi non crede può fare
“bene” il bene, a volte meglio anche di chi dice di credere…: il bene è bene,
indipendentemente da chi lo fa… Si può - invece - farlo “male”, ovvero in una
maniera maldestra, senza intelligenza, senza umiltà, senza riflessione, per
secondi fini… Allora il modo con cui
si fa il bene lo rende come inefficace... Alcuni credenti fanno tanto bene, ma…
male! Perché lo fanno in modo arrogante, superbo, invadente, sprezzante… Questo
è un grande guaio, perché proprio facendo il bene, mentre lo si fa, per il modo in cui lo si fa, contemporaneamente
si semina la divisione, si allontanano le persone, si testimonia se stessi e
non Dio… Il volontario presta, magari ingenuamente, il fianco al maligno… E’ il modo che fa la differenza! E’ sul modo di fare il bene che è opportuno
lavorare sempre.
Ancora un
altro pensiero: alcuni, facendo il bene, magari nello stesso servizio per tanti
anni, rischiano piano piano, quasi senza accorgersene, di sentirsi un po’
padroni, degli ambienti e delle persone:
non fanno riferimento se non a se stessi e sono appagati da quello che fanno
(il bene!), sentono solo il peso del servizio e hanno smarrito la gioia, si
lamentano perché trascurano la casa o la famiglia e hanno smarrito la bellezza
della gratuità! Occorrerebbe che costoro riandassero al senso e al motivo per
cui si dedicano a un servizio, per evitare di dare una testimonianza meschina,
priva di smalto e triste...
E infine
ricordiamoci che sono sempre meglio 100 persone che fanno 100 cose, piuttosto
che una persona che fa 100 cose! Una di queste cento cose è invitare gli altri
a fare il bene, perché non si faccia troppo tardi…
Il vostro parroco