venerdì 26 ottobre 2012

INSIEME n° 65, 28 Ottobre 2012 - anno 2° dall'entrata nella nuova Chiesa



 Cari amici e care amiche,
entriamo nel cosiddetto “mese dei morti” perché caratterizzato dalla memoria, spesso inconsolabile, dei nostri cari defunti. E vi entriamo in modo particolare attraverso le celebrazioni in parrocchia, nei cimiteri e la visita alle tombe con una preghiera. Non si fermerà mai la riflessione sulla morte, gli interrogativi che suscita, sui modi con cui ci sforziamo di gestirla quando bussa alle nostre case, su ciò che essa  rappresenta nel corso della nostra esistenza… Possiamo sostare su di essa perché siamo vivi… Possiamo rifletterci  perché siamo ancora “da questa parte”: se io posso scrivere è perché non ho ancora fatto l’esperienza della morte, quella fisica… Mi vengono in mente ancora le parole della predica di don Gianni quando venne tra noi due anni fa: “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire”, citando il libro del Qoelet… Apparteniamo al tempo che scorre, inesorabile, con i suoi passaggi, violenti o pacifici: la nostra vita si gioca tra un tempo per nascere e un tempo per morire… Che senso ha la vita, se poi dobbiamo morire? Ci dobbiamo arrendere all’inevitabile “morire” oppure - sognando una vita oltre a questa – possiamo desiderare di continuare la vita in uno spazio indefinito o in mezzo a prati erbosi, in mezzo a una sorta di nebbia o abbagliati da una luce, nudi o vestiti, vicini ai nostri cari o solo per guardarli da lontano, seduti o ancora sempre di corsa, e per andare dove?!?! Ogni immagine che tento di usare sfugge al controllo, scade nella retorica, diventa  espressione di circostanza: ho notato che neppure il pianto è sufficiente per afferrare ciò che si agita dentro di noi quando pensiamo alla morte o ai nostri cari morti. Non senza difficoltà il cristiano capisce di dover oltrepassare il formalismo e di aggrapparsi (altrimenti si può scivolare giù, anche fino alla fissazione, alla depressione, all’isolamento…) a Colui che ci parla, sempre, anche “nell’ora della nostra morte”, e anche quando siamo nel lutto: il Signore ci vuole parlare. La sua Parola – a patto che ci si fidi – intende comunicare che un Uomo come noi, ma venuto da Dio, è passato oltre la vita  e oltre la morte. Le parole tenere e sicure di Padre Carlo Maria Martini ci confortano e ci indicano questa strada, quella della fede: “Spero che in quell’ultima ora ci sia una mano che tiene stretta la mia mano come a vincere i fantasmi dell’ultima ora per affidarmi senza scampo e senza riserve al Signore”.
                                                             Il vostro parroco